In Campania nn scherzano

14 01 2011

I fermenti dell’autodeterminazione sn sempre + estesi in Italia, dalla Padania della Lega al nord anke il sud vuole la sua libertà da Roma ladrona. Cm riportato dal Sole24ore di oggi ecco un aggiornamento delle situazione di cui avevo già scritto su qst blog:

«Mai!». Al Carroccio può non piacere, ma l’esempio più luminoso dell’orgoglio longobardo arriva dal profondo Sud. Siamo a Salerno, è il 774, e Arechi II risponde così alla richiesta di sottomissione ai Franchi dopo che Carlo Magno aveva sconfitto a Pavia Desiderio, suocero di Arechi, e aveva cancellato dalle cartine la Langobardia Maior.

Arechi non è stato dimenticato, e ora vogliono intitolare a lui la futura regione di Salerno, la resurrezione del principato appena chiesta da 60 comuni della provincia che si vogliono staccare dalla Campania. L’idea è nata nella mente di Edmondo Cirielli, il presidente della provincia di Salerno che ideò e poi “ripudiò” la legge per accorciare i tempi di prescrizione ed evitare il carcere a Cesare Previti nel processo Imi-Sir, e ha subito avuto successo: la Cassazione deciderà il 1° febbraio sulla richiesta depositata da 54 comuni della provincia (420mila abitanti, 70mila più del quorum), e nel frattempo altre sette amministrazioni hanno approvato la delibera con l’adesione al progetto. Se tutto va come deve, Cirielli conta di affrontare il referendum a giugno, per poi imbarcarsi nella modifica costituzionale in Parlamento.

Oltre a Longobardi e principati, alla base della proposta ci sono due ragioni che non si trovano nei libri di storia ma sui giornali: «Essere accomunati a Napoli e ai suoi disastri sui rifiuti è un danno d’immagine che non possiamo più sopportare», spiega Cirielli che, mentre il capoluogo di regione passa da emergenza a emergenza, vanta per la sua provincia una percentuale svizzera (60,2%, quarto posto in Italia) nella raccolta differenziata. Poi, come in ogni secessione che si rispetti, c’è un problema di soldi: nei calcoli di Cirielli l’autonomia da Napoli vale almeno 500 milioni all’anno, perché «la provincia versa due miliardi di addizionali Irpef e Irap e ne riceve meno del 75% in termini di spesa e servizi».

All’indipendentismo cilentano guardano molti occhi interessati. Se il referendum darà la giusta spinta, giurano i promotori, molti sono pronti a salire sul treno della nuova regione, da Avellino a Benevento, ma in zona è tutto un ribollire di creatività geografica. A maggio, quando le ipotesi di cancellazione delle mini-province stavano per condurre sul patibolo quella di Isernia, la coordinatrice beneventana del Pdl, Nunzia Di Girolamo, aveva rispolverato la vecchia idea del Molisannio, una regione che dovrebbe unire Benevento al Molise; insieme a Moldaunia (Molise + Daunia, a nord della Puglia), Sannio-Irpinia-Cilento, Grande Lucania, non c’è confine ballerino che non abbia il proprio bravo comitato promotore. A Salerno guarda poi ovviamente il Grande Salento, che il 1° febbraio dovrà passare insieme agli indipendentisti salernitani lo stesso esame alla Cassazione per far partire la macchina referendaria.

l referendum è il primo scoglio, perché per passare deve spingere al sì «la maggioranza degli elettori iscritti nelle liste elettorali dei comuni nei quali è stato indetto» (lo prevede la legge 352/1970). I problemi veri, però, vengono dopo. L’elenco delle regioni è scritto all’articolo 131 della Costituzione, e per cambiarlo serve una legge approvata quattro volte con i due terzi del Parlamento per essere messa al riparo da nuovi referendum conservativi.
Conoscono bene tutte le difficoltà i comuni che negli anni hanno accolto con plebisciti entusiasti l’idea di abbandonare Veneto o Piemonte per abbracciare le gioie dello Statuto speciale. San Michele al Tagliamento ha chiamato alle urne i propri cittadini nel 1991, ha ottenuto l’89% di voti per il passaggio al Friuli, è riuscito a far dichiarare incostituzionale la vecchia legge che imponeva il “sì” degli enti rappresentanti di almeno un terzo della popolazione delle regioni interessate. Nonostante tutte le vittorie, però, il comune rimane saldamente ancorato alla provincia di Venezia, come sono rimasti finora in Veneto Cortina e gli altri comuni dell’alto bellunese che hanno alle spalle una battaglia ventennale.

Con il via libera al referendum da parte di tutta la provincia di Belluno, ora la battaglia cambia di piano ma non si semplifica. «Invece di spingere per venire da noi – ha subito chiarito Luis Durnwalder, presidente della provincia di Bolzano e governatore di turno del Trentino Alto Adige – chiedano l’autonomia a Zaia e a Galan che, fino a prova contraria, sono molto vicini alla Lega e al Pdl, e quindi al governo».
Immediata la reazione dei bellunesi, che ieri hanno ricordato il «valore relativo» dei pareri (obbligatori ma non vincolanti) della regione di destinazione, ma l’eventuale convivenza non sarà facile. Con tutti i suoi vantaggi (i comuni trentini hanno entrate medie superiori dell’80-85% rispetto a quelli veneti, come ha ricordato ieri la Cgia di Mestre), lo Statuto speciale è un club d’élite, ed entrarci è complicato.

Più facile passare da una regione all’altra nei territori “normali”, come testimonia il fatto che la Valmarecchia offre finora l’unico trasloco (dalle Marche all’Emilia Romagna) arrivato a destinazione. Un buon viatico per l’inquieto comune di Spinazzola, che da Bari è passato alla nuova provincia Bat (Barletta, Andria e Trani) e nei giorni scorsi ha minacciato di salutare la Puglia per andare in Basilicata contro la decisione della giunta Vendola di chiudere l’ospedale locale.

E c’è ki suggerisce una via + classica ovvero fare un bel referendum di autodeterminazione sotto controllo dell’ Unione Europea e dell’ONU invece dei 4 passaggi parlamentari inventanti solo x affossare qalsiasi tentativo di autodeterminazione di un popolo, di una regione o di un gruppo di province.
Lo stato centrale nn può opporsi a questo tipo di referendum il cui esito deve essere impugnato solo alle Nazioni Unite. Qesta è la strada percorsa dal Montenegro, dal Kossovo e tra poki mesi percorsa da Scozia e Catalunya.





Torri ovvero Monoliti a concorso

23 12 2010

Oggi ho scoperto ke esiste un concorso internazionale di torri ovvero il “Taiwan Conceptual Tower Competition“.
Orbene, il ns Monolite altro nn è ke una torre la cui peculiarità è la sua collocazione in acqe marine poco profonde diventando così un’isola artificiale ma rimane pur sempre concettualmente una torre cm qelle del concorso svoltosi a Taiwan. A qst indirizzo web vi è la classifica delle torri cn dovizia di particolari purtroppo in inglese e le relative bellissime e futuristike gallerie fotografike.
Qella ke + mi è piaciuta e ke ben si adatta anke ad essere integrata sul ns Monolite è la seconda classificata ovvero The Tower of Droplets(letteralmente, ‘La torre di goccioline’) progettata da Sir Peter Cook, già autore di costruzioni audaci, e Gavin Robotham ke vedrei integrata e completata dalla torre vincitrice della competizione ovvero “Floating Observatories

Riporto un estratto della descrizione della “The Tower of Droplets” e delle sue principali caratteristike così cm scritta da Alfredo Baldi nell’articolo pubblicato sul sito online NextMe.it supplemento di greenMe.it a titolo “Quasi un’alga gigante: è il futuro del green building” :

Uno schema di gabbie di acciaio collegate tra loro, corre verticalmente per tutto lo scheletro del grattacielo disegnandone l’andamento libero. Interamente coperta di alghe per produrre biocarburanti, la torre è votata alla creazione di energia.

Esattamente come la Floating Observatories, il progetto vincitore del concorso, gran parte della torre è aperta al pubblico. Dagli impianti di risalita è possibile scorgere lo stato di avanzamento delle lavorazioni vegetali, e diverse varietà di habitat naturali sono ricreati lungo tutta l’altezza dell’edificio. Coltivate e filtrate, le alghe creano biomassa utilizzata come nutrimento per i pesci e per la fabbricazione della carta e dei biocarburanti. Tuttavia, per potersi realizzare il processo, la ‘Tower of Droplets’ cattura grandi quantità di anidride carbonica dall’ambiente circostante.

Secondo le stime degli stessi architetti che l’hanno progettata, “nella torre di base” sono forniti “10,888 metri quadrati di superficie riservati alle alghe, capaci di produrre 3.266.400 litri di petrolio e diverse migliaia di tonnellate di biomassa in un solo anno. La stessa struttura – aggiungono gli esperti – potrebbe essere ulteriormente sviluppata fino al raddoppio della superficie utile e quindi alla creazione di 6.532.800 litri di greggio”.

Nelle zone inferiori della struttura, inoltre, sono state inserite voliere e acquari. Le tre zone ufficio sono tutte utilizzate dalle autorità di sviluppo della città. Un museo alto cinque piani espone ai livelli intermedi le tecniche sviluppate dai designer presso la Kunsthaus di Graz (in Austria), e ai livelli superiori alcune tipologie di sistemi di habitat.

Se la Floating Observatories è dunque caratterizzata da un impianto tecnologico sbalorditivo, l’edificio di Sir Peter Cook si distingue per un’eco-impronta proiettata nel futuro. L’enorme produzione di alghe rende il progetto stesso un grande essere vivente, in grado di crescere e sostentarsi per proprio conto.

Sempre dalla stessa fonte la descrizione della “Floating Observatories” in un altro articolo così titolato “A Taiwan il green tech del futuro: nel 2012 un ‘albero tecnologico’ di 300 metri” in cui si dikiara l’intenzione di procedere effettivamente alla sua costruzione nel 2012 :

Un albero tecnologico. Una eco-torre che sboccerà come un fiore nel centro di Taiwan. Si tratta della Floating Observatories, l’incredibile disegno messo a punto dall’architetto statunitense Mihai Carciunè, in collaborazione con i rumeni upgrade.studio e DSBA, che ha conquistato il massimo consenso durante il Taiwan Tower Conceptual International Competition.

Il progetto, dal design estremamente avveniristico, prevede al suo interno un museo, centri informazioni, uffici, una sala conferenze e un ristorante. Verrà realizzato nel 2012 e, a pochi centimetri dai trecento metri, sarà la struttura più alta di Taichung.

Dorin Stefan, partner dei DSBA, spiega come “partendo dalla conformazione geografica di Taiwan, isola assimilabile nella forma ad una foglia”, si sia cercato di “sviluppare il concetto di albero tecnologico”.

“Abbiamo immaginato otto foglie spaziali concepite come ascensori – sottolinea Stefan – che scorrendo lungo il tronco dell’albero possano servire da piattaforme di osservazione“.

Gli otto baccelli sorreggono carlinghe contenenti dalle 50 alle 80 persone, autosostenuti da palloni gonfi d’elio, sono costruiti tramite materiali ultraleggeri e ricoperti con una membrana di ultima generazione. Se ciò non bastasse scorrono verticalmente grazie ad un potente campo magnetico. Magia, o quasi, scienza.

Se il look della torre può essere paradossalmente definito vintage per l’incredibile influenza sci-fi che suggerisce, le intenzioni dei progettisti viaggiano comunque di pari passo con la realtà, e la grande influenza dell’architettura ecofriendly è fortemente ribadita in ogni tratto della torre.

L’acqua piovana viene raccolta e riutilizzata, una stazione geotermica è usata per riscaldare ambienti e rete idrica, l’illuminazione degli ambienti inferiori è garantita da un sistema a fibre ottiche, e l’energia elettrica è prodotta da un sistema di turbine assiali situato lungo il nucleo centrale.

Grande importanza riveste anche lo studio dell’orientazione e dell’integrazione con il terreno. L’ingombro a terra è minimo e grandi spazi sono lasciati alle aree verdi; l’area uffici e servizi ha un orientamento a 360 gradi, offrendo la possibilità di minimizzare l’effetto serra attraverso l’uso di una ventilazione diretta.

La fusione concettuale dei 2 progetti di torre “The Tower of Droplets” + “Floating Observatories” produrrebbe la visione magistrale di qello ke vorrebbe essere l’Isola di Eden e a ben vedere ormai l’utopia è pronta a diventare realtà 🙂





Ancora isole artificiali sul mare

7 12 2010

Grazie al suggerimento di un amico, ho avuto occasione di conoscere una nuova realtà ke si sta approssimando all’orizzonte sul tema delle isole artificiali proposte cm nuove città nel o sul mare, direttamente da un articolo pubblicato sul sito online del qotidiano La Repubblica. Il progetto proposto da una società giapponese è x isole galleggianti e nn radicate al fondo marino, qindi nn adatte ad una futura rikiesta di indipendenza onde creare una micronazione, ma cmq di una dimensione e di una qalità tali da rendere impossibile essere ancora scettici sulla fattibilità tecnico/economica di simili proposte. Il progetto dell’Isola di Eden nn è qindi utopico o peggio impossibile, nel mondo ormai se ne stando proponendo in qantità di simili e ormai è un dato di fatto ke vi sia la possibilità di realizzare simili opere. Qst l’articolo:

Grattacieli e parchi galleggianti. E’ sul mare la città del futuro
Il piano avveniristico di una società giapponese. Nuclei da 10-50mila abitanti costruiti intorno a torri interamente edificati sull’acqua. Autonomi per le risorse energetiche, in grado di riciclare tutti i rifiuti e “pulire” anche l’Oceano, difese da paratie. “Pronti a partire nel 2025”
di LUIGI BIGNAMI

Dall’alto somiglieranno a giganteschi gigli d’acqua, in realtà saranno vere e proprie città che galleggeranno sull’Oceano Pacifico e potranno ospitare da 10.000 a 50.000 persone. Una soluzione per chi intenderà, nel prossimo futuro, andare a vivere in città fluttuanti dominati dalle tecnologie verdi e dove i gas serra che vengono emessi dalle metropoli terrestri dei nostri giorni saranno abbattuti del 40 per cento.

Ad ideare questa città da sogno ci ha pensato la società giapponese Shimizu che l’ha chiamata Green Float. Ogni città sarà una cellula a sé stante che sarà libera di navigare sull’Oceano Pacifico in prossimità dell’equatore, dove non si formano gli uragani, ma potrà unirsi anche ad altre cellule-città via via più grandi. Secondo un’idea futuristica – e fantapolitica – quando una città avrà raggiunto una certa dimensione potrà trasformarsi in un vero e proprio Paese con una propria costituzione, tale da rendersi indipendente da ogni Stato posto sulla terraferma.

Il cuore di ogni singola città sarà un grattacielo che svetterà per circa mille metri dal livello del mare, ma molte persone abiteranno tutt’attorno ad esso. Una serie di pianure e di boschi daranno modo di coltivare e allevare gli animali che offriranno tutto ciò che è necessario alla sopravvivenza dei cittadini. La città verrà costruita su un’isola artificiale in lattice a forma di nido d’ape, del peso di 7.000 tonnellate. Anche la grande torre centrale non necessiterà della terraferma per essere costruita in quanto essa sarà composta da leghe di magnesio i cui componenti verranno estratti dall’acqua di mare. Anche i vari elementi che assemblati daranno vita alla città verranno costruiti direttamente in mare aperto.

Ogni città fluttuante riciclerà interamente i propri rifiuti, ma non solo: navigando per l’oceano potrebbero fare propria la sporcizia oggi presente e trasformarla in energia per l’isola stessa.

Spiega Masaki Takeuki della Shimizu Corporation: “L’ubicazione delle Green Float è un elemento vincente. E’ stato scelto l’equatore perché il clima è generalmente molto stabile. La temperatura al livello del mare si aggira attorno ai 28° C, ma a 900-1000 m d’altezza essa scende a 26°C e dunque risulta accettabile per viverci per tutto l’anno. Proprio sull’equatore non si formano i tifoni e dunque è difficile che si creino condizioni ambientali particolarmente pericolose. Tuttavia, in caso di onde anomale o altri eventi estremi, una serie di paratie proteggerà l’isola”. Per difendere  persone, animali ed edifici da grandi ondate, ad esempio, sono state pensate membrane elastiche che si troveranno in prossimità di lagune poste a 30 metri d’altezza. Inoltre mura da 100 m attornieranno le parti più importanti dell’isola fluttuante.

Quando si potrà comperare il primo appartamento? La Shimizu vuole sperimentare la prima città fluttuante entro il 2025 e sembra che gli acquirenti non manchino già ora.

Se volete approfondire la conoscenza della società ke ha proposto qst e altri grandiosi e futuristici progetti, potete seguire qst link in lingua inglese:  Shimizu’s Dream





STEP ONE – primo passo ( 3° puntata )

8 11 2010

Dopo un discreto tempo passato a consultare e vagliare tutte le idee e proposte pervenutemi (poke invero) dai vari interessati al progetto e infine a ragionare sul tutto, sn giunto alla seguente conclusione: in tempo di crisi economica e sociale è necessario avere molta pazienza, forse troppa … sarà il tempo a dirlo.

Troppe anime e nessun legame effettivo nn producono un buon risultato e ad oggi la rikiesta di disponibilità finanziaria si è arenata. Pertanto al momento si procede a vista ovvero si procederà cn la creazione di una nazione e successivo stato virtuale su piattaforma web economica e nn utilizzando un server dedicato cm ipotizzato, realtà ke nn consente la creazione del ns DNS e conseguente disponibilità del ns ccTLD privato e di pubblico accesso .EI ed eventuali altri.

Ho già provveduto nel frattempo a migrare su una piattaforma Web + sicura e completa della precedente ospitata presso l’ISP nazionale Aruba e contemporaneamente a rendere privati e nn di pubblica visione i dati di registrazione dei 2 domini isoladieden.it e isoladieden.com attualmente in essere svincolando la gestione dei domini da qella degli spazi Web.

Prossimamente intendo sostituire il forum cancellando l’attuale dalla piattaforma free e reinstallandolo sulla nuova utilizzando un sistema + completo e configurabile. Stessa idea x il blog ma essendo molti gli articoli presenti sarà fatto in una fase successiva dopo una attenta analisi su cm procedere.

Qindi si procederà a sviluppare i necessari programmi software x gestire l’anagrafe, l’email e la Banca Centrale della libera Repubblica dell’Isola di Eden nonkè alcune applicazioni sul modello dei social network x consentire una migliore partecipazione e aggregazione fra tutti i cittadini Edeniani onde procedere alla formazione di un Governo e delle relative attività di gestione dello stato.

Francamente sxavo in meglio ma la fortuna nn è dalla ns parte e cm detto le difficoltà economike del periodo si fanno sentire purtroppo, ne sò qalcosa io in primis, e del resto gli idealisti sn notoriamente sqattrinati cm gli artisti alle prime armi 🙂





STEP ONE – primo passo (2° puntata)

1 10 2010

CM anticipato 1 settimana fà, eccoci alla 2° puntata.

In qst giorni ho avuto diversi contatti e ho ricevuto alcune email circa qst progetto, annunciato nella puntata precedente, e devo dire ke l’obiettivo economico x iniziare qst avventura sembra raggiunto e certo.

Invito altresì tutti gli altri interessati e ke ancora nn si sn espressi ad indicare una proposta di disponibilità economica. Allo stato attuale si parte da un minimo di 10 euro ad un massimo di 500 euro, una bella differenza direi.

Mi sn altresì reso conto ke il progetto stesso nn è ancora ben kiaro ai +, specie nella parte + tecnica, qella della realizzazione del ns DNS allo scopo di creare dei nuovi ccTLD a partire dal ns dominio .EI, ovvero http://www.isoladieden.ei, e di qello di altre organizzazioni o micronazioni associate al progetto o cmq economicamente interessanti. Nonostante le spiegazioni fornite e i riferimenti, ovvero i links proposti, x un approfondimento dell’argomento. Probabilmente c’è stata un pò troppa pigrizia o forse un’attesa delle puntate successive x andare a fondo della qestione.

Motivo x cui passo a mostrare gli indirizzi degli ISP (Internet Service Provider) ke offrono la disponibilità di PC connessi a Internet in affitto così da cominciare a vedere e rendersi conto di cosa e di qanto si parla.

Ecco una breve lista, ovviamente ne esistono centinaia di ISP disponibili:

www.aruba.it
www.iltuoserver.com
www.kimsufi.it
www.ovh.it
www.seflow.it
store.televideocom.com

SN in ordine alfabetico e nn di importanza, e sn tra qelli + economici presenti in Italia o cmq in Europa cn le pagine in lingua italiana x una maggiore comprensione.

L’ideale sarebbe affittarlo in Islanda ke dal 16 Giugno 2010 ad opera della parlamentare Birgitta Jonsdottir è l’unico paese al mondo ad offrire un area Internet totalmente libera da vincoli, da controlli e censure cm potete leggere in qst articolo o in altri presenti numerosi in rete.
Se qalcuno conosce un indirizzo web di un ISP islandese economico me lo comuniki prontamente.

La scelta al momento è semplicemente guidata dal fattore prezzo in qanto variabile momentaneamente preponderante al fine di concretizzare il progetto. Essendo qst offerte estremamente economike nn sn in grado di offrire prestazioni esaltanti ma al momento nn ci interessano. In qst fase ci concentreremo sullo sviluppo delle varie applicazioni necessarie x la gestione del Governo della libera Repubblica dell’Isola di Eden e solo successivamente si dovrà valutare un ISP cn un servizio complessivo migliore e di prestazioni adeguate e ovviamente di costo superiore all’attuale.

Inoltre, x esigenze prettamente tecnike, i PC in rete ovvero i Servers Dedicati dovranno essere necessariamente 2 in qanto i servizi DNS obbligano ad avere un server primario ed uno secondario di backup o di sicurezza nel malaugurato caso ke il primo vada offline ovvero si guasti o nn funzioni correttamente. Partiremo con una fase di sviluppo iniziale con 1 solo Server Dedicato ma già cn la consapevolezza ke dovrà poi essere duplicato e qindi cn la necessità di un costo di mantenimento nel tempo doppio.
Qst tecnicamente è anke un vantaggio xkè consente poi di continuare a sperimentare nuove soluzioni senza pregiudicare la continuità del servizio nel malaugurato caso ke nn fosse un guasto a interrompere momentaneamente il servizio bensì un errore di programmazione o altra eventuale attività maldestra o imprevedibile sul server.

Vi invito pertanto a segnalarne altri, se ne conoscete, ed ad esprimere un parere su qelli proposti onde addivenire ad una scelta il + possibile valida e democratica. Sul forum c’è un’area adatta a qst discussione.

Il lavoro tecnico e software verrà portato avanti principalmente da me e da coloro ke avranno le capacità e le conoscenze adeguate e ke si offriranno di autarmi. Tale attività sarà svolta completamente in forma gratuita nello spirito e nei principi del Free e Open Source Software, a cui la libera Repubblica dell’Isola di Eden intende ispirarsi, operare, appoggiare e diffondere sempre +, e potrà essere svolta anke da coloro ke nn possono partecipare economicamente ma avranno la volontà e la dedizione nel farlo.

Nello specifico, la creazione del ns sistema DNS farà uso del programma software Bind (Berkeley Internet Name Daemon) ma se ci sn proposte alternative fatele.  Utilizzeremo cm sistema operatico (OS) una distribuzione GNU/Linux, possibilmente una Debian o una sua derivata in qanto di mia migliore conoscenza. I servizi web, blog e forum saranno ank’essi realizzati usando applicazioni free e open utilizzando i programmi software + diffusi e blasonati mentre saranno da realizzare o da ricercare se esistenti dei programi software x la realizzazione della BCIE e dell’anagrafe dei cittadini della libera Repubblica dell’Isola di Eden. Ki avesse delle idee in merito si faccia avanti e le proponga.

Ricordo ke kiunqe parteciperà a vario titolo al progetto STEP ONE avrà la cittadinanza Edeniana ed anke un ritorno materiale ovvero potrà usufruire di parte dello spazio e della potenza del Server Dedicato compatibilmente con lo sforzo da lui profuso e dal giudizio dell’assemblea di tutti i partecipanti rispetto alle rikieste fatte. Ad esempio ki vorrà potrà crearsi delle pagine Web, un blog o qantaltro ad uso personale o finalizzato agli obiettivi della libera Repubblica dell’Isola di Eden.

Proseguendo di qst passo dovremmo essere online qanto prima, sxo entro Natale 2010.
Sarebbe una gran bella cosa e un motivo in + x festeggiare 🙂





STEP ONE – primo passo (1° puntata)

24 09 2010

Tra meno di 5 mesi, a febbraio 2011, sarà il 3° anniversario della nascita di qst blog e della discesa in rete del progetto della libera Repubblica dell’Isola di Eden.
Qindi sarebbe ora di vedere integrato il sito Web, il blog ed il Forum in un unico sistema informatico dove iniziare anke a creare ed aggregare i primi cittadini Edeniani.

Qindi x tale data mi piacerebbe realizzare finalmente lo STEP ONE o Primo Passo cm descritto in “Progetto Eden come il progetto Apollo“, post pubblicato poco + di un anno fà su qst blog.

Si tratta di concretizzare un gruppo di Edeniani fondatori della prima Repubblica aterritoriale, ovvero senza territorio fisico sul pianeta Terra, e virtuale, ovvero la cui presenza è inizialmente solo sulla grande rete Internet, i qali creeranno così una comunità online ovvero saranno i pioneri del popolo Edeniano. Lo scopo principale è realizzare le infrastrutture del Governo della libera Repubblica dell’Isola di Eden e renderle fruibili a tutti gli Edeniani dando così inizio all’avventura Edeniana nei fatti oltre ke nelle parole.

Il primo passo consiste in pratica nell’acquisto di un servizio al nome di Server Dedicato ovvero di un PC presso una server farm di un qalke noto ISP o Internet Service Provider italiano o estero indifferentemente in qanto inizialmente ciò nn costituirebbe alcun problema strategico. All’avvio 1 Server Dedicato sarà sufficiente ma in seguito ne saranno necessari obbligatoriamente 2 x motivi ke andrò a spiegare + avanti.

In realtà + ke di un acqisto si tratta di un noleggio in via continuativa di un PC con tanto di sistema operativo e applicativi base il cui costo è rappresentato da un canone annuale. Una volta formalizzato il contratto, da rinnovare anno dopo anno, avremo un PC connesso in rete internet tutto x noi su cui costruire la parte virtuale della libera Repubblica dell’Isola di Eden ovvero realizzare principalmente l’anagrafe Edeniana e la Banca Centrale dell’Isola di Eden ovvero la ns BCIE integrate all’interno dello spazio Web del sito www.isoladieden.com e .it attuali e del nuovo dominio http://www.isoladieden.ei ovvero creando il ns country code top-level domain o ccTLD nel suffisso .ei (dato ke il suffisso .ie già esiste ed indica l’Irlanda) ke rappresenta l’abbreviazione di Eden Island ovvero l’equivalente in lingua inglese internazionale del ns Isola di Eden. Tale ccTLD sarà ovviamente nn ufficiale e qindi nn riconosciuto dall’ente internazionale ke gestisce tale sistema ovvero l’ICANN ma è possibile realizzarlo tramite un servizio DNS (Domain Name Server) implementato sul ns Server Dedicato e qindi rendendolo di pubblico accesso e disponibile a tutti i navigatori della grande rete internet nello stesso modo in cui operano ad esempio servizi cm OpenDNS.com o Google Public DNS o FoolDNS.com.
Tra l’altro vi consiglio vivamente di conoscerli e di usarli al posto di qelli di base forniti in automatico dal vs provider di collegamento ad internet x evitare tanti fastidiosi e noiosi problemi di navigazione cm siti infetti da virus etc etc.

Scommetto ke qi  le cose iniziano a diventare complicate x i + o x qanti usano internet senza xò averne la minima idea di cm funziona tecnicamente la grande rete qindi procederò x gradi onde rendere il + possibile esplicito il tutto.

Riepilogando, è ns intenzione realizzare una nazione virtuale online e x farlo occorre avere il controllo di un PC collegato permanentemente alla rete internet e in seguito minimo 2. Sarà qindi necessario implementare una serie di programmi software atti a gestire i diversi servizi tecnici e amministrativi necessari allo scopo di rendere accessibile il sistema a tutti e rendere visibile e attivo il Governo della libera Repubblica di Eden online.

I primi servizi da trasferire sul Server Dedicato e rendere operativi sn:
– il sito Web http://www.isoladieden.com e .it
– il blog attuale e qello di ogni singolo cittadino Edeniano
– il Forum privato dei cittadini Edeniani cm forma iniziale di autogoverno della comunità Edeniana
– il Forum pubblico aperto a tutti i navigatori della grande rete e centro di discussione e aggregazione
e subito a seguire i primi servizi da creare sul Server Dedicato e rendere operativi sn:
– il DNS (Domain Name Server) relativo al nuovo nome di dominio IsoladiEden.EI
– l’anagrafe della libera Repubblica dell’Isola di Eden
– la Banca Centrale dell’Isola di Eden (BCIE) e i c/c online di ogni cittadino Edeniano in EdenEuro

L’offerta verrà allargata anke agli altri mondi micronazionalisti in modo da creare il + ampio supporto possibile e poter così creare un sistema DNS allargato onde trarre maggiore possibilità di successo e affermazioni x tutte le componenti facenti parte e poter creare anke un piccolo business al fine di realizzare delle entrate economike atte a finanziare in parte il progetto stesso e poterlo così espandere e farlo conoscere sempre +.

Al fine di raggiungere qst primo obiettivo Edeniano si instaura un qota partecipativa minima annuale, da rinnovare, nn obbligatoriamente ma lo si sxa, ogni anno, x finanziare il progetto e il suo mantenimento e sviluppo nel tempo.
Tale qota permetterà di mantenere lo status di cittadino Edeniano e se nn rinnovata comporterà la perdita della cittadinanza Edeniana e la conseguente rimozione dall’Anagrafe dell’Isola Di Eden e la perdita di tutti i servizi resi disponibili al cittadino sul Server Dedicato, sia pubblici ke privati.

Inoltre, x motivare l’aggregazione al progetto e promuovere la continuità della cittadinanza, si considererà una politica di revenue sharing (condivisione o spartizione dei guadagni) x ogni cittadino Edeniano ke porterà un nuovo cittadino o una nuova attività, il tutto gestito tramite i c/c della futura Banca Centrale dell’Isola di Eden.
Il valore della revenue sharing sarà deciso di comune accordo alla prima riunione online del Governo Edeniano.

Preciso subito x la tranqillità di ognuno ke la Banca Centrale della libera Repubblica dell’Isola di Eden ovvero la ns BCIE aborra l’interesse e abbraccia lo spirito solidale e costruttivo della Finanza Islamica. Qst xkè Il Corano, il libro sacro dell’Islam, vieta l’usura, il “riba”, cioè gli interessi.
Gli arabi sn famosi nell’averci portato i numeri ke usiamo tutti i giorni e ke sn universali sul pianeta Terra ma anke x qst tipo di finanza etica e confacente i principi guida del popolo Edeniano. Tale pratica in Occidente viene nascosta o qantomeno nn praticata e divulgata in qanto la Finanza Occidentale è notoriamente costruita invece sulla pratica dell’interessa o usura a danno dei popoli e a favore dei Governi e della potente loggia finanziario/economica bancaria.

Nella seconda puntata a breve cerkerò di spiegarvi cm si intende realizzare  il sistema DNS e qali ISP presenti in rete offrono Server Dedicati in affitto in modo da conoscere l’importo dell’investimento ke è necessario effettuare complessivamente così da rendersi conto di qali sn le cifre in gioco e qindi pianificare una qota di investimento minimo a carico di ogni futuro cittadino Edeniano.

Vi invito intanto a discuterne, commentare e/o domandare kiarimenti e qant’altro, qi sul blog o nel forum o sul gruppo FaceBook.





Il Principato di Salerno

20 09 2010

Si diffonde, in Cilento, l’idea di abbandonare la Campania, x aderire al “Principato di Salerno” di storica memoria.

Il Principato di Salerno ebbe origine nell’839 in seguito alla frammentazione del Principato di Benevento ovvero della parte del regno longobardo chiamato “Longobardia Minore” (Langobardia Minor). Nella prima metà del 1000 comprendeva qasi tutta l’Italia meridionale continentale. Su Wikipedia i dettagli.

Roccagloriosa dice sì al distacco della Provincia di Salerno dalla Regione Campania. Con una delibera consiliare votata all’unanimità, il piccolo Comune dell’entroterra cilentano ha infatti aderito alla proposta di creazione della nuova regione del ‘Principato di Salerno’, e il conseguente distacco dalla Campania. Roccagloriosa è il primo Comune a sud di Salerno ad aver aderito alla proposta, lanciata nei mesi scorsi dal presidente della provincia Edomondo Cirielli.

Spiega Gerardino Cavaliere, sindaco di Roccagloriosa: “Non vi è alcuna volontà secessionistica nella decisione presa dal Consiglio comunale la scelta nasce dalla consapevolezza che in questi anni una politica regionale tutta imperniata su Napoli ha innegabilmente danneggiato le altre province, non permettendo a queste ultime alcun tipo di crescita e di sviluppo. La recente decisione di tagliare del numero delle guardie mediche, a tal proposito, la dice lunga sull’attenzione che da Napoli riservano alla provincia di Salerno. Il taglio, che ferisce il diritto alla salute dei cittadini del salernitano, servirà a far risparmiare appena l’uno per cento della spesa sanitaria regionale: uno schiaffo inaccettabile”. Dopo la delibera, il prossimo passo del piccolo Comune cilentano, che secondo alcuni avrebbe dato i natali nientemeno che al ‘napoletanissimo’ Antonio De Curtis, in arte Totò, sarà l’indizione di un referendum popolare per decidere l’eventuale adesione al ‘Principato di Salerno’ e il distacco dalla Regione Campania.”

Dopo il comune di Roccagloriosa ora la proposta prende corpo a Camerota.

“I gruppi di opposizione hanno chiesto infatti una seduta di Consiglio comunale per discutere della costituzione della “nuova regione”, che dovrebbe risolvere così il problema campano del “napolicentrismo”, valorizzando il territorio dell’entroterra. L’iniziativa è partita dai consiglieri comunali di “Forza Camerota-Pdl” e di “Insieme cambierà”, che hanno infatti presentato richiesta di convocazione del Consiglio ad hoc.

”Tutti i consiglieri di opposizione – ha spiegato il capogruppo di “Forza Camerota-Pdl”, Ciro Troccoli – hanno deciso di sostenere la proposta di costituzione di una nuova realtà regionale. Concordiamo infatti con l’ idea del presidente della Provincia di Salerno Cirielli che solo attraverso un rafforzamento dell’autonomia territoriale si possano superare i guasti provocati dal ‘napolicentrismo’. Confidiamo che anche i consiglieri di maggioranza siano favorevoli”.

Fonti: Il Blitz Quotidiano e infoagropoli.it





Cina, il sole artificiale fa crescere l’insalata

15 09 2010

Ebbene sì, direttamente da una galleria fotografica online de La Repubblica.it, vegetali crescono sotto una luce artificiale, senza pesticidi e in un ambiente privo di insetti e altri perniciosi pericoli, controllate da un sistema computerizzato. Sono le piante coltivate in una ‘fabbrica’ ke si trova alla periferia di Pechino e ke fornirà 15 milioni di piantine di frutta, verdura e fiori ogni anno della massima qalità ed esteticamente qasi perfette.

I led particolari utilizzati x qst innovativo sistema ke sembra perfetto x l’uso sul ns Monolite provengono molto probabilmente da qst azienda sempre cinese specializzatasi in tale articolo: CHEVY LIGHT Co., Ltd

La luce artificiale (LED Grow) può essere utilizzato x la crescita delle piante in 3  modi diversi:
1.  fornire tutta la luce ke una pianta ha bisogno x crescere
2.  completare la luce del sole, soprattutto nei mesi invernali, qando le ore di luce sono brevi.
3.  aumentare la durata del “giorno”, al fine di attivare e potenziare crescita e fioritura.

Il principale vantaggio di usare le luci LED x crescere i vegetali è il più basso costo di esercizio rispetto ad altre illuminazioni.





Il Belgio cm la Repubblica Cecoslovacca ?

8 09 2010

Tratto da un articolo da IlSole24ore.com ecco un’altra situazione europea ke si va configurando nel tempo cm una probabile scissione del territorio belga in 2 nuove entità nazionali e 2 futuri nuovi stati europei. Sembra di rivivere la scissione della ex Repubblica Cecoslovacca ke diede inizio nel 1993 a 2 nuove repubblike, qella Ceca e qella Slovacca.

Indubbiamente la voglia di indipendenza e di autodeterminazione è sempre + forte almeno in Europa e qst è x noi Edeniani un indubbio segnale ke i popoli si sentone sempre + prigionieri in nazioni in cui nn si riconoscono e di cui nn vogliono + far parte. Motivo in + x proseguire la ns marcia di autocostruzione della ns patria ke ci renda finalmente liberi e fieri di esserlo.

A seguire l’articolo:

Le Fiandre hanno dichiarato la secessione, il Belgio è nel caos, il sovrano è espatriato. Quando, nell’ultimo scorcio del 2006, la tv pubblica di lingua francese RTBF diede queste notizie in un telegiornale, il Belgio visse una mezz’ora di shock, finché sullo schermo non comparve la scritta “Questa è una fiction”.

Si trattava infatti di un’iniziativa di sapore situazionista, sullo stile di Orson Welles, per testare in tono scherzoso le reazioni a un possibile sviluppo di un contenzioso serissimo, quello che ormai da lungo tempo contrappone la comunità vallona (di lingua francese) a quella fiamminga (di lingua olandese). Ma se soltanto quattro anni fa sembrava trattarsi di fantascienza applicata all’analisi di una complicata situazione politica, ora assomiglia sempre più a uno scenario davvero possibile.

Negli ultimi giorni, per la prima volta, anche autorevoli esponenti della comunità francofona, tradizionalmente ostilissima a ipotesi di secessione, hanno fatto dichiarazioni inedite. Il ministro in carica alla Sanità e agli Affari sociali, Laurette Onkelinx, accreditata come possibile futura leader della principale formazione politica vallone, il Partito socialista, ha confidato in un’intervista che, benché lei si auguri che il paese resti unito, non si possono ignorare le spinte indipendentiste di una porzione importante dei fiamminghi. E anche altri dirigenti politici francofoni hanno fatto coro con parole analoghe.

Dopo lo “scherzo” televisivo del 2006, rivelatosi profetico forse più di quanto pensassero i suoi stessi ideatori, allora travolti dall’indignazione delle autorità di lingua francese, la situazione si è gradualmente incancrenita. Dopo le elezioni del 2007 il Belgio ha dovuto attendere ben otto mesi per confezionare un governo, alchemicamente costruito con il contributo di sette diversi partiti (tre francofoni e quattro fiamminghi). Dopo tanta attesa il risultato si è dimostrato modesto se nel giugno di quest’anno il Paese è tornato anticipatamente alle urne dopo che l’esecutivo era uscito spappolato dall’ennesima discussione in cui alla querelle linguistica si intreccia una lite sugli stanziamenti economici per le tre parti che compongono il Belgio federale: Fiandre, Vallonia e la regione di Bruxelles.

Anche questa volta la formazione di un governo appare impossibile. Il leader del Partito socialista francofono, Elio Di Rupo, ha rimesso l’incarico di formare il governo e il re ha dovuto chiedere aiuto ai presidenti di Camera e Senato (uno francofono, l’altro fiammingo) per provare a riavviare le difficili trattative tra i sette partiti che potrebbero far parte dell’esecutivo. Se anche la figura del sovrano impallidisce a causa della sua incapacità di esercitare un’efficace moral suasion sulle principali forze politiche affinché si costruisca se non un governo solido, quantomeno un esecutivo capace di insediarsi in modo più lesto di quanto accaduto nel 2007, il Belgio patisce l’impasse politica anche sulla scena internazionale, visto che nella seconda parte del 2010 proprio Bruxelles detiene la presidenza a rotazione dell’Unione europea.

Il contenzioso si può sintetizzare in questa maniera: Rispetto alla Vallonia, le Fiandre sono più popolose, più ricche (e più produttrici di ricchezza) e hanno un tasso di disoccupazione più basso. E molti dei suoi abitanti sono stufi di portare sulle spalle il fardello di una Vallonia economicamente più debole e quindi destinataria di fondi provenienti dalla porzione di lingua olandese del Paese. Sebbene, secondo numerosi sondaggi, la maggioranza della popolazione, anche nelle Fiandre, sia contraria a una separazione del paese, gli elettori fiamminghi continuano a votare partiti che hanno un forte anelito a una graduale secessione. Al punto che in pochi anni questa sembra essere, anche per alcuni francofoni fieramente contrari alla divisione del paese, una prospettiva assai più probabile di quanto non sembrasse nel servizio-bufala trasmesso soltanto quattro anni fa dalla tv pubblica della Vallonia.

In ogni caso una divisione del paese non sarebbe affatto così semplice. Perché se è chiaro qual è il confine che separa le Fiandre dalla Vallonia (che, per complicare le cose, ha una zona al suo interno in cui si parla tedesco, terza lingua riconosciuta ufficialmente dalla legge belga) rimane il nodo della regione di Bruxelles. La capitale potrebbe diventare oggetto di una guerra santa, sul modello di Gerusalemme. Bruxelles è geograficamente immersa nelle Fiandre, ma è zona bilingue, con una prevalenza gradualmente sempre più forte del francese. Non bastasse, oltre ai molti immigrati che vivono in città e che parlano quindi arabo o cinese, la massiccia presenza di funzionari Ue ha reso l’inglese un idioma molto diffuso come lingua franca.

C’è chi prospetta soluzioni innovative per questo busillis. Ad esempio sottrarre la regione di Bruxelles a ogni spartizione, rendendola una città-Stato sul modello del District of Columbia statunitense in cui collocare la capitale dell’Unione europea. Si tratterebbe di un’entità amministrativa sconosciuta all’attuale assetto dell’Ue, che andrebbe faticosamente studiata. Ma anche in questo caso le polemiche non si fermerebbero, visto che popolose cittadine dell’hinterland di Bruxelles, attualmente appartenenti alle Fiandre, hanno porzioni molto rilevanti, quando non maggioritarie di cittadini francofoni. Ma i fiamminghi acconsentiranno ben difficilmente a proposte di ingrandimento della regione di Bruxelles ai danni (territoriali) delle Fiandre, così come i francofoni non accetterebbero di lasciare decine di migliaia di belgi che parlano la loro stessa lingua come sparuta minoranza nelle Fiandre indipendenti.

Nonostante la divisione del paese cominci a essere una prospettiva palpabile, molti credono che si tratti di una strada impercorribile. Ad esempio Le Monde ha ricordato che il trattato di Lisbona contempla la fuoriuscita di uno Stato dall’Ue ma non una scissione. E quindi – scrive il quotidiano francese – “i ‘due nuovi paesi’ belgi dovrebbero rimandare la loro adesione, negoziare i 35 capitoli molto complessi, ottenere l’avallo dei 26 Stati attualmente membri e ridiscutere il loro reingresso nella moneta unica”. Così, secondo alcuni analisti, l’accelerazione dei politici francofoni che, pur avversandola, cominciano a parlare liberamente di una possibile divisione del paese sarebbe soltanto un modo per mettere spalle al muro i fiamminghi, costretti ad adattare i proclami secessionisti alla complessità della loro realizzazione. E in effetti Bart de Wever, il leader del NVA, il principale partito delle Fiandre, uscito vincitore di stretta misura sui socialisti francofoni (27 seggi a 26) ha dichiarato che “drammatizzare la situazione non aiuta; i politici devono mostrare il loro senso di responsabilità”.





Un saggio sull’Autodeterminazione

6 08 2010

Tratto da Cooperazione SVILUPPO.org un approfondito saggio sul tema dell’autodeterminazione dei popoli, argomento ke ci tocca da vicino nella ns strada x la realizzazione della libera Repubblica dell’Isola di Eden:

Autodeterminazione: da principio giuridico a diritto dei popoli?

Fino alla prima guerra mondiale, il principio di autodeterminazione ha avuto esclusivamente portata politica, dal momento che non gravava sugli Stati alcun obbligo relativamente al riconoscimento del diritto all’autodeterminazione.

Le prime enunciazioni vengono ascritte alla rivoluzione americana, con la Dichiarazione di indipendenza del 7 giugno 1776, e alla rivoluzione francese con la Dichiarazione del diritto delle genti, sottoposta all’Abate Grégoire alla Convenzione del 1795 e poi non adottata dell’Assemblea.

Il principio intende sancire la liberazione dei popoli da ogni oppressione esterna ed interna anche se poi, nella sua applicazione pratica, nel corso dell’800 si è manifestato solo nel principio di nazionalità, svolgendo un ruolo rilevante nella formazione degli Stati europei (Italia e Germania in particolare).

Nei trattati di pace conclusivi della prima guerra mondiale, anche se nel senso limitato di principio di nazionalità, il principio di autodeterminazione assume portata giuridica divenendo oggetto di norme internazionali pattizie.

Il principio non assunse alcun rilievo nell’ambito del Patto della Società delle Nazioni per timore che potesse costituire la base giuridica per la legittimazione di eventuali pretese secessionistiche.

Si realizzò nello smantellamento di alcuni Stati plurinazionali (l’Impero austro-ungarico e quello ottomano) mentre per i popoli coloniali si istituì il sistema dei mandati.

Con la seconda guerra mondiale, a seguito dei tragici eventi verificatisi prima, durante e dopo il conflitto, il principio è consacrato in una convenzione internazionale universale, la Carta delle Nazioni Unite. Esso è contenuto nell’articolo 1, paragrafo 2 e nell’articolo 55. Tra gli scopi dell’Organizzazione si enuncia quello di sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto del principio dell’eguaglianza dei diritti dei popoli e del loro diritto all’autodeterminazione. Inoltre, attraverso lo sviluppo della cooperazione internazionale in campo economico e sociale (art. 56), le Nazioni Unite si propongono di creare le condizioni di stabilità e di benessere che sono necessarie per ottenere relazioni pacifiche ed amichevoli tra le nazioni, basate sul rispetto del principio dell’eguaglianza dei diritti e all’autodecisione dei popoli.

Dall’esame degli articoli emerge innanzitutto che non si tratta di un obbligo da ottemperare nell’immediato ma di una blanda e generica previsione di un programma d’azione.

Emerge inoltre che l’autodeterminazione non è un fine in sé perseguito dall’ONU ma è funzionale al perseguimento del fine ultimo dell’organizzazione: la pace internazionale. Se l’applicazione di tale principio provoca tensioni e conflitti tra Stati, ad esso si deve rinunciare.

Infine, dalla Carta di evince che il termine autodeterminazione è inteso nel senso di autogoverno e non di indipendenza. L’indipendenza è riservata ai territori sottoposti ad amministrazioni fiduciarie, già sottoposti al dominio delle potenze sconfitte (art. 76, lett. b); ai territori non autonomi sottoposti al dominio delle potenze vincitrici viene concesso l’autogoverno (art. 73 lett. b).

L’autodeterminazione, dunque, era intesa in senso negativo: come obbligo gravante su tutti gli Stati di non interferire, con minacce o azioni coercitive o pressioni, sulle libere scelte operate nell’ambito di Stati stranieri.

In questo modo il principio coincideva con quello di non ingerenza negli affari interni di altri Stati.

Alla fine degli anni 50, l’autodeterminazione iniziò ad essere intesa in senso positivo, come obbligo gravante su un governo che occupa un territorio non suo di lasciare che il popolo possa determinare il proprio destino.

Più recentemente l’autodeterminazione si è affermata, secondo parte della dottrina, come diritto dei popoli. Nei Patti delle Nazioni Unite sui diritti umani del 1966 si afferma, all’articolo 1, che

tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione e che, in virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale.

Per raggiungere i loro fini, inoltre, tutti i popoli possono disporre liberamente delle proprie ricchezze e delle proprie risorse naturali senza pregiudizio degli obblighi derivanti dalla cooperazione economica internazionale, fondata sul principio del mutuo interesse, e dal diritto internazionale. In nessun caso un popolo può essere privato dei propri mezzi di sussistenza.

Gli Stati parti del presente Patto, ivi compresi quelli che sono responsabili dell’amministrazione di territori non autonomi e di territori in amministrazione fiduciaria, debbono promuovere 1′ attuazione del diritto di autodeterminazione dei popoli e rispettare tale diritto, in conformità alle disposizioni dello Statuto delle Nazioni Unite”.

Ciononostante, secondo la dottrina maggioritaria, l’obbligo di rispettare il principio di autodeterminazione incombe sugli Stati ed i popoli non sarebbero titolari di alcun diritto ma possono essere considerati solo i concreti beneficiari delle disposizioni internazionali esistenti in materia. Tuttavia, ciò non significa che in caso di violazione dell’obbligo in tema di autodeterminazione, essi restino privi di tutela.

In caso di violazione, ciascuno Stato della comunità internazionale, operante per conto della stessa comunità, è potenzialmente legittimato ad agire al fine di tutelare tali interessi. Di conseguenza, la dottrina maggioritaria ritiene che i popoli, pur non essendo titolari del diritto, non resterebbero privi di tutela perché l’interesse della volontà popolare sarebbe esigibile dalla stessa comunità internazionale.

Beneficiari

I beneficiari del principio di autodeterminazione sono i popoli nel loro complesso e non i Movimenti di liberazione nazionale (MLN). Al fine del godimento della protezione accordata dall’ordinamento internazionale, infatti, è irrilevante che il popolo che esercita il proprio diritto all’autodeterminazione sia o meno organizzato in un MLN. Una simile ricostruzione potrebbe lasciare intendere che solo i MLN dotati di una certa organizzazione di governo e in grado di esercitare un effettivo controllo sul territorio possono legittimamente rivendicare l’autodeterminazione del popolo che rappresentano.

Ciò che qualifica il popolo a livello internazionale non è il controllo effettivo di una parte del territorio ma il fine qualificato da essi perseguito, ovvero la liberazione dalla dominazione coloniale, razzista o dall’occupazione straniera.

Portata e contenuto del principio di autodeterminazione

La questione di quale sia il contenuto del principio di autodeterminazione in quanto principio giuridico è particolarmente incerta in quanto si tratta di desumerlo da fonti giuridiche diverse, da una prassi fortemente condizionata da influenze politiche e dai collegamenti con altri aspetti del diritto internazionale, quali quello della soggettività internazionale.

In linea con la dottrina maggioritaria (tra gli altri Conforti, Shaw, Higgins e Frank), bisogna riconoscere che il principio di autodeterminazione ha ancora oggi un campo di applicazione ristretto essendo inteso come autodeterminazione esterna.

In questo senso si applica ai popoli sottoposti a un governo straniero ossia:

  • popoli soggetti a dominazione coloniale
  • popoli soggetti ad un regime razzista (Rodesia del Sud anni 60, Sudafrica)
  • popoli di territori conquistati ed occupati con la forza (come i territori arabi occupati da Israele dopo il 1967 – Conforti).

Fino agli anni 60 l’applicazione del principio ha riguardato i popoli soggetti a dominazione coloniale. A partire dalla metà degli anni 60 il principio ha cominciato ad applicarsi anche alle altre due categorie.

Comporta il diritto dei popoli sottoposti a dominazione straniera di divenire indipendenti, di associarsi od integrarsi con altro Stato o comunque di scegliere liberamente il proprio regime politico.

È inoltre un principio irretroattivo: la dominazione straniera non deve risalire oltre l’epoca in cui il principio stesso si è affermato come principio giuridico (ovvero dopo la seconda guerra mondiale). Non si applica dunque ai territori che furono oggetto di occupazioni o annessioni in seguito alla prima guerra mondiale, come Estonia, Lettonia, Lituania che furono occupate ed annesse dall’URSS nel 1940. non si può parlare di autodeterminazione per cui la loro indipendenza costituisce un esempio di formazione di nuovi Stati per distacco.

Quanto alla dominazione coloniale occorre fare delle precisazioni. All’epoca della formazione della Carta ONU il principio era inteso in senso negativo come obbligo di non ingerenza negli affari di altri Stati. Nell’ambito delle Nazioni Unite, si è formata una regola che attribuisce all’Assemblea Generale la competenza a decidere con effetti vincolanti per tutti circa la sorte dei territori coloniali, conformandosi al principio di autodeterminazione altrimenti la decisione è illegittima. L’Assemblea può anche decidere anche senza consultare gli abitanti del territorio purché se ne rispetti la volontà (Parere 1975, Sahara occidentale).

Una parte minoritaria della dottrina, tra cui la dottoressa Lattanzi, vede il contenuto del principio riferito non solo all’autodeterminazione esterna ma anche all’autodeterminazione interna.

Questa valorizza la distinzione tra governo e governati, sancisce il dovere di ogni Stato di godere del consenso della maggioranza dei sudditi e di garantire al popolo non solo la possibilità di esprimersi liberamente circa la propria struttura politica ma anche di modificarla qualora esso non si riconoscesse più nel regime vigente, in modo da assicurare la corrispondenza tra volontà popolare e governativa.

La maggior parte della dottrina esclude che il Governo debba godere del consenso della maggioranza dei sudditi e debba essere da costoro liberamente scelto o debba avallare le aspirazioni secessionistiche di regioni più o meno autonome o etnicamente distinte dal resto del Paese.

Non bisogna confondere il principio di autodeterminazione con le norme sui diritti umani che impongono al governo di rispettare la dignità dei suoi cittadini o prevedono espressamente, ad esempio, il diritto dei singoli a partecipare a libere elezioni (art, 3 Convenzione europea dei diritti dell’uomo, art. 23 Patto internazionale sui diritti civili e politici).

Modalità di esercizio

Le modalità di esercizio del principio di autodeterminazione enucleate dalla prassi delle Nazioni Unite sono state influenzate dalla duplice preoccupazione di elaborare strumenti giuridici volti, da un lato, a favorire l’accesso all’indipendenza dei popoli coloniali e, dall’altro, a limitare l’applicazione del principio di autodeterminazione.

L’esercizio dell’autodeterminazione si fonda su quattro obblighi fondamentali:

  1. Obbligo di consultare il popolo colonizzato sottoposto a dominazione straniera.
  2. l’autodeterminazione deve realizzarsi nel quadro delle frontiere coloniali stabilite, conformemente al principio dell’uti possidetis juris
  3. è lecita la lotta condotta dal popolo oppresso mediante l’uso della forza, come ultima ratio. La Risoluzione dell’Assemblea Generale n. 3314 del 1974 relativa alla definizione dell’aggressione non esclude che i popoli sottoposti a regimi coloniali, razzisti o ad altre forme di dominio straniero possano lottare ai fini della loro autodeterminazione libertà e indipendenza.
  4. è lecita la lotta condotta dal popolo oppresso mediante l’uso della forza organizzato in un MLN. Questi ultimi non possono considerarsi titolari del diritto all’uso della forza, ma non possono essere ritenuti responsabili per violazioni del diritto internazionale se utilizzano la forza armata per reagire alla negazione, con la forza, del diritto all’autodeterminazione. In una simile eventualità il conflitto diventa internazionale, ad esso si applica il primo protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra del 1949, che consente l’intervento di terzi, che tuttavia non possono usare la forza contro lo Stato che soffoca l’autodeterminazione ma possono solo fornire assistenza.

Il problema però riguarda le forme di questa assistenza: aiuto politico, economico, umanitario o militare. E In caso di assistenza militare, semplice fornitura di armi o invio di truppe a sostegno del popolo oppresso?

Come sancito dalla Dichiarazione sulle relazioni amichevoli del 1970 e della Dichiarazione sulla definizione di aggressione del 1974 e ribadito dalla Corte Internazionale di Giustizia nella pronuncia del 27 giugno 1986 relativa alle attività militari e paramilitari in e contro il Nicaragua, l’assistenza è legittima. La lotta per l’autodeterminazione non può infatti essere disciplinata alla stessa stregua delle guerre civili. Il divieto di assistenza ai movimenti insurrezionali non trova applicazione nel caso di conflitti connessi con la dominazione coloniale, razzista o straniera.

Le divergenze riguardano la natura dell’aiuto che gli Stati sono legittimati a dare, in particolare l’intervento armato (sia diretto che indiretto).

Inizialmente, gli Stati afroasiatici, socialisti e dell’America Latina sostenevano la liceità di aiuti non solo di carattere umanitario, politico e finanziario ma anche militare. Tale opinione è stata sempre contestata dagli Stati occidentali. Per questo motivo le uniche risoluzioni adottate per consensus sono state quelle che hanno affermato genericamente che l’aiuto deve essere conforme ai fini perseguiti dalle Nazioni Unite senza specificarne la natura o il tipo.

Con il tempo, la maggior parte degli Stati ha accettano la legittimità dell’intervento armato indiretto. A partire dagli anni Settanta, il Consiglio di Sicurezza ha infatti appoggiato nelle risoluzioni il sostegno militare indiretto.

L’intervento armato indiretto non costituisce oggetto di nessuna norma consuetudinaria. La clausola di salvaguardia inserita nell’articolo 7 della Dichiarazione sulla definizione di aggressione del 1974 sancisce che gli articoli che proibiscono l’aggressione non pregiudicano il diritto all’autodeterminazione dei popoli che ne sono privati con la forza. Gli Stati che sostengono militarmente un popolo oppresso, quindi, non commettono aggressione e dunque un illecito internazionale. In passato il Consiglio di Sicurezza ha condannato i governi oppressori ma non si è mai pronunciato contro il sostegno prestato dai Front-line States ai MLN, riconoscendo implicitamente che l’aiuto diretto ai popoli in lotto non costituisce un illecito uso della forza armata.

Fonti: Arangio Ruiz G. Autodeterminazione (diritto dei popoli alla) in Enciclopedia Giuridica, Roma, 1988

Carbone – Luzzato – Santa Maria, Istituzioni di diritto Internazionale, Torino – Giappichelli, 2006

Conforti, Diritto internazionale, Napoli – Editoriale Scientifica, 1996.

Treves, Diritto internazionale, Giuffrè Editore, 2005








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