Città private in Honduras

6 11 2011

Direttamente tratto dal sito web del Movimento Libertario, ecco un interessante articolo redatto da Luca Fusari ke tratta di alcune evoluzioni e novità sulla realizzazioni di città indipendenti ovvero di MicroNazioni delle dimensioni di una città sulla terraferma. In passato già avevo scritto ke tentare simili esperimenti su terraferma era praticamente impossibile (anke se nn impossibile), cn qsto articolo si aprono nuove prospettive. A voi la lettura:

Dopo essersi dimesso (pur restando nel consiglio di amministrazione dei soci) nell’estate di quest’anno dal ruolo di responsabile del Seasteading Institute (organizzazione da lui fondata nel 2008) a seguito dei dissidi interni in relazione al modesto budget sin qui raccolto (si parla di soli 2 milioni di dollari stanziati effettivamente) per poter realizzare concretamente l’onerosa isola artificiale galleggiante sognata dal tycoon libertario Peter Thiel (tra i principali soci finanziatori dell’istituto) al largo di San Diego, Patri Friedman, il più famoso seasteader libertario, è tornato alla ribalta quale amministratore delegato di una nuova azienda, Future Cities Development Inc. (FCD) nata con l’obbiettivo di fondare nuove città rette da sistemi giuridici all’avanguardia di natura libertaria questa volta non in acqua ma sulla terraferma.

Tra i membri della nuova società di Friedman vi è Giancarlo Ibàgüen, presidente dell’Università Francisco Marroquin  in Guatemala (in essa, vi è la biblioteca dedicata all’economista austriaco Ludwig von Mises e i busti di Friedrich von Hayek e Milton Friedman che decorano il campus accademico).

Ibàgüen è uno dei fondatori recenti dell’annunciato Free Cities Institute assieme a Michael Strong, un think tank dedicato proprio al tema delle città libere di prossima realizzazione.

Il Guatemala è quindi un importante centro del pensiero libertario presente in Sud America in grado di contribuire al progetto delle città libere proposto in Honduras da Friedman.

Se il Seasteading (ovvero la creazione di nazioni sovrane galleggianti in mare aperto, una delle soluzioni proposte dal pensiero libertario al fine di sfuggire dai vincoli opprimenti degli attuali Stati-nazione) ha ricevuto in passato ampia copertura all’estero, talvolta assai ironica e beffarda dai principali media che ne hanno parlato, il progetto di città volontarie su terraferma promosso ora da Friedman, verrà valutato molto probabilmente diversamente quanto a sua realizzabilità, esso ha infatti trovato in Honduras il luogo ideale per la sua prossima realizzazione.

Il governo locale honduregno ha infatti modificato la sua costituzione nel mese di gennaio di quest’anno permettendo la creazione di speciali zone autonome esenti dal rispetto delle leggi locali e federali.

Future Cities ha firmato un non vincolante protocollo d’intesa per costruire a partire dall’anno prossimo una città libertaria in una delle zone autonome.

Patri Friedman recentemente ha rivelato su Details in merito all’articolo dedicato al suo ex finanziatore Thiel,  il modello della sua nuova startup.

Il modello potenziale è qualcosa che Friedman chiama “Appletopia”: ovvero una realtà avente come modello commerciale di gradimento e riferimento presso il pubblico (come suo brand) l’azienda della mela.

Friedman ritiene che: “Iniziare una Nazione è come iniziare un business, più è desiderabile una Nazione, più è valutabile a livello d’investimento immobiliare“.

Future Cities segue questo approccio, descrivendo la sua missione nel portare avanti lo “spirito della Silicon Valley a livello di innovazione per l’attuazione di sistemi giuridici all’avanguardia per le nuove città“.

Il suo ruolo è quello di sviluppatore principale della città al fine di favorire l’attrazione e la concentrazione iniziale di risorse ed investimenti al fine di realizzare i primi nuclei abitativi.

L’azienda ha come modelli di città del laissez-faire Hong Kong e Singapore, i suoi amministratori ritengono che i diritti di proprietà debbano essere solidi  e forti, favorevoli alla libertà di impresa al fine di favorire la creazione di posti di lavoro, attraendo con tali premesse i successivi investimenti dei privati, permettendo così a milioni di persone di sfuggire dalla povertà, al pari di quanto avviene in Cina con la creazione di speciali zone economiche ad alto fattore d’investimento e capitalizzazione.

Per chi giudica anche tale progetto come un’altra utopia libertaria, Friedman ritiene invece che le prove siano assai evidenti e favorevoli alla sua realizzazione: dove vi è uno stato di diritto, onestà e la mancanza di corruzione (leggasi mancanza di legislazione derivante dalla politica), vi è una maggior crescita economica rispetto anche alle zone a bassa tassazione (che da sola non è di per sè sufficiente come fattore, come il caso di Singapore dimostra).

Rispetto al seasteading, Future Cities si basa sulla modellazione delle città statutarie, analoghe alle città volontarie, quest’ultime già presenti in giro per il mondo e in particolare negli Stati Uniti.

 L’economista della New York University, Paul Romer, spiega come una città statutaria, unisca e combini tra loro i terreni della nazione ospite (in questo caso quelli dell’Honduras) con un sistema giuridico ed istituzionale di un’altra Nazione (ad esempio il Canada, ma nulla impedisce di adottarne altri anche di nuova ideazione) con i suoi abitanti provenienti anche da vari altri Paesi (in relazione al tipo di legislazione adottata nella città statutaria).

L’intuizione centrale di Romer è che il buon governo è trapiantabile quale forma concorrenziale alla Nazione e al suo governo centrale (quindi anche con un possibile sviluppo potenzialmente panarchico o di città-stato indipendente).

Piuttosto che aspettare che una nazione riesca a risollevarsi dalla propria condizione di sottosviluppo, l’esempio di una città statutaria potrebbe aiutare a mostrare la strada ad essa, come avvenne con Hong Kong ai tempi di Deng Xiaoping.

Romer ha trascorso due anni viaggiando attraverso l’Africa cercando inutilmente possibili interessati al fine di mettere in pratica le sue idee; infine nell’autunno del 2010, si è imbattuto nel presidente honduregno Porfirio Lobo interessato al progetto.

Nel mese di febbraio, il Congresso dell’Honduras ha votato per emendare la costituzione per creare regioni a sviluppo speciale (abbreviate in ‘RED’) al fine di mettere in pratica le sue idee.

Questo accordo non è in esclusiva, Romer, dichiara di aver sentito parlare un mese fa dell’interesse di FCD quando la sua proposta è stata sottoposta al comitato che supervisiona le aree RED (di cui Romer è membro).

Le brochure di Future Cities citano ripetutamente ed esplicitamente il modello delle città statutarie come il loro modello, Patri Friedman afferma che la sua azienda si è ispirata al modello di Romer anche se questo non significa che ci sia una relazione tra le due associazioni.

Da parte sua, Romer sottolinea che non ha alcun coinvolgimento con FCD, citando il suo think tank no-profit come una organizzazione senza scopo di lucro e senza interessi economici.

E’ comunque nell’opinione anche di Romer che la globalizzazione dei mercati possa servire per scopi umanitari al fine di creare nuovo lavoro, riqualificare l’ambiente ed iniziare un percorso per far uscire dalla povertà la popolazione di quei Paesi, senza però da parte sua, aver intenzione di fare soldi con tale progetto.

L’interesse di FCD per l’Honduras è concreto, rimane da vedere se l’accordo non vincolante di FCD con il governo dell’Honduras rimarrà in vigore e avrà degli sviluppi o se invece rimarrà in sospeso congelando il modello di città statutarie ad una data meno prossima di realizzazione.

L’Honduras è un Paese che negli ultimi tempi ha visto un colpo di Stato, espropri e violazione dei diritti umani, quindi bisognerà verificare se l’attuale situazione politica si manterrà stabile e favorevole come ora anche in futuro per la realizzazione dei progetti libertari e il trasferimento di investimenti in tali zone.

Il modello di città statutarie ha infatti subito ricevuto critiche sia nel modello proposto da Romer che nella forma proposta da FCD, venendo giudicato e paragonato ad una forma poco lusinghiera di “colonialismo” da vari movimenti di sinistra honduregna ma sopratutto dall’ideologa del movimento no-global, Naomi Klein.

La scrittrice nella sua isteria complottista ed anticapitalista, attribuisce erroneamente nei suoi libri al libero mercato la natura delle crisi politiche di alcuni Stati a regime socialista (Cile 1970, passando per l’URSS nel 1990, sino alla crisi economica del Sud America del 2000) incolpando quali responsabili di tali eventi (derivanti dall’impopolarità e dal fallimento delle scelte pianificate del socialismo specie a livello monetario da parte di enti internazionali sovranazionali) gli economisti del dipartimento di economia dell’Università di Chicago, capeggiati dalla figura di Milton Friedman; i quali certo non brillavano per laissez-faire di mercato (contrariamente a quanto ritenuto dai loro trinariciuti detrattori socialisti).

Agli occhi della no-global (ignorante anche dei vari punti di vista presenti all’interno della famiglia Friedman), Patri Friedman essendo nipote di Milton viene da lei ritenuto automaticamente come il nuovo l’emissario e prosecutore di questa presunta “occulta agenda” ideata a Chicago, arrivando in termini surreali a porre una inverosimile equivalenza tra gli attuali progetti libertari  di privatopie anarcocapitaliste proposte nei Paesi dell’America Latina più poveri da FCD (al momento ancora sulla carta), con le idee monetariste e di liberismo politico temperato da riforme politiche, proposte da suo nonno ben quarant’anni fa!.

Klein ignora la visione di Patri Friedman, la quale non è minimamente paragonabile a quella di suo nonno, dato che il nipote al pari del genitore David (autore quest’ultimo anarcocapitalista di ambito utilitarista) hanno sempre giudicato negativamente le proposte riformatrici del loro illustre parente, proprio in relazione all’eccesso di regolamentazione e di poco spontaneo libero mercato previsto da tali suoi provvedimenti.

Patri Friedman da parte sua, si è sempre dichiarato come un libertario anarcocapitalista prossimo all’anarchia, senza dubbio poco incline alla politicizzazione dell’economia o al ruolo dei governi e dei politici nelle scelte dei singoli individui.

Giudicare quindi con stantii schemi ideologici (peraltro assai grossolani) il suo progetto inaugurato solo in funzione del cognome che questi porta, dimostra la debolezza e la pochezza culturale delle obiezioni mossegli dai suoi detrattori.

Egli non a caso non se ne preoccupa molto e con aria di sfida afferma a fronte di queste sinistre maldicenze che “è il pubblico reale, il popolo dell’Honduras, ciò che conta non ciò che immagina Naomi Klein sul passato.

Se riusciamo a creare lavoro e costruire migliori città rispetto a ciò che hanno adesso, loro saranno senza dubbio più felici“.





Cercasi Principe per Filettino

22 08 2011

Stemma Principato di FilettinoLa voglia di indipendenza, ovvero di far da sè xkè si ottengono risultati migliori e nn si paga ingiusto pegno a ki comanda senza esserne capace, si sta diffondendo sempre +.
La notizia è riportata  da vai giornali cm ad esempio La Repubblica e diversi altri ke potete leggere direttamente dal blog Filettino on WordPress insieme ad altri articoli inerenti la qstione.
Eccone riportato uno tra i tanti, ben dettagliato e completo, scritto dalla penna di Paolo Conti x il Corriere della Sera:

FILETTINO (Frosinone) – «Stiamo pensando di interpellare il giovane principe, il figlio dell’ erede…». Emanuele Filiberto di Savoia? «Lui. Una provocazione, lo so, ma almeno così verrebbero tutti a capire perché ci opponiamo alla soppressione del nostro Comune. E che non costiamo allo Stato, ma anzi chiudiamo il bilancio in attivo, a fine 2011 conto di avere in cassa 400 mila euro risparmiati. Magari, chissà, il ragazzo potrebbe essere interessato al titolo di Principe di Filettino. Ci affideremo all’ avvocato Carlo Taormina per capire come avviare l’ iter per chiedere l’ autonomia e arrivare al Principato…».

Il sindaco Luca Sellari, 46 anni, in carica dal 16 maggio 2011 alla guida di una lista civica («metà centrodestra e metà centrosinistra, più civica di così») non va sottovalutato, anche se governa da una sede che sembra una villetta in collina. Conosce bene le regole della comunicazione, viene da una famiglia di solidi imprenditori di Frosinone («Sellari Immobiliare, agenzie in tutta Italia», recita la pubblicità) e sa che il gioco mediatico del Principato può fruttare molto a Filettino: in visibilità, quindi in turismo, cioè in ricchezza diffusa. È già arrivata la tv tedesca. Ben venga dunque Emanuele Filiberto. Il Savoia interessato per ora liquida tutto con una battuta: «Ringrazio per aver pensato a me, ma francamente la vedo un’ ipotesi assai complicata e difficilmente praticabile. Anche se… in fondo so sciare abbastanza bene».

Nel frattempo, Sellari ha già stampato (200 euro di investimento di tasca propria) un pacco da diecimila finte banconote del principato con la sua immagine. Valore 10 fioriti «che per noi valgono 20 euro, potrei anche dare una mano a Tremonti per risanare il bilancio… Ma i nostri “soldi” sono già finiti, sono venuti da Sora, Cassino, Avezzano, Capistrano dopo aver visto la tv». Prova generale del lancio di un prodotto: il Principato di Filettino. Riuscita alla grande. Tanto da immaginare una convention nazionale a settembre, tra questi monti, dei mini Comuni destinati alla cancellazione.

Fin qui (Emanuele Filiberto, le banconote, forse anche la battuta sull’ avvocato Taormina) siamo al gioco. Veniamo alle cose serie. E Sellari cambia passo: «Siamo solo 554 abitanti ma ospitiamo 5.800 seconde case di turisti, presenze estive e invernali da 10-13 mila persone nelle due stagioni con punte da 20 mila a Ferragosto perché a quota 1.063 metri siamo il Comune più alto del Lazio. Controlliamo il 22% del territorio del Parco dei Monti Simbruini, qui sgorga la fonte dell’ Aniene con una capacità da 4.000 mila litri al secondo e disseta 70 Comuni laziali, se mai ne deviassimo il corso mezzo Lazio sarebbe in ginocchio, siamo località sciistica d’ inverno e climatica d’ estate. Abbiamo appena 8 dipendenti e un bilancio che non supera i 2 milioni di euro, con l’ attivo che ho detto, e provvediamo ai bisogni del turismo».

Una pausa, una confidenza: «La mia simpatia politica va istintivamente al centrodestra ma non capisco perché Berlusconi e Tremonti vogliano distruggere tradizioni secolari, consuetudini e legami sociali, la stessa dignità dei piccoli centri. Dovrebbero capire, Berlusconi e Tremonti, che chiudere i piccoli Comuni sarà come chiudere le piccole imprese… e poi gli abitanti di Filettino non accetteranno mai di fondersi con quelli là, finiremmo col portare solo soldi senza avere niente in cambio. Loro sì, hanno bei problemi di bilancio».

Quelli là, gli innominabili, sono i duemila abitanti di Trevi nel Lazio, appena 9 chilometri di distanza che segnano un abisso incolmabile. Incomprensioni, ostilità, irrisioni secolari. Per quelli di Filettino darsi del «trebano» (ovvero abitante di Trevi) equivale a un insulto. Assicura Sellari: «Due giorni fa mi ha fatto chiamare una vecchietta di 91 anni che aveva saputo tutto dal tg. Appena arrivato mi ha detto: “Senti, sindaco, io ormai ho più di novant’ anni e preferisco morire subito, adesso, piuttosto che iscritta all’ anagrafe di Trevi”. È la verità, giuro, nomi e cognomi».

La conferma più sacra viene da don Alessandro De Sanctis, 93 anni portati (se non fosse banale scriverlo) miracolosamente, parroco di Filettino dal ‘ 49 (il più longevo d’ Italia) ed erede dello zio paterno parroco don Filippo («la mia famiglia guida la parrocchia da 105 anni»). Dalla sua fantastica terrazza che si affaccia sul Monte Cotento, 2014 metri, e sul Viglio, 2156, protesta lucidissimo (d’ estate celebra quattro Sante Messe domenicali in scioltezza): «I piccoli Comuni sono le perle d’ Italia, le famiglie nelle grandi città si disperdono, qui restano unite. I soldi? A noi Provincia e Regione non danno che briciole, siamo autonomi». E Trevi, reverendo? Gli occhi azzurrissimi hanno un sussulto: «Da sempre c’ è incomprensione… Finiremmo con l’ essere oppressi. Oppressi! Loro hanno un che di superbo, erano già municipio romano dai tempi della Repubblica e poi dell’ Impero, Filettino venne fondata solo verso il 1000 dopo Cristo. Ma noi abbiamo il turismo, l’ acqua dell’ Aniene, la gloria di questi monti. Insomma finire con Trevi? Sarebbe una ver-go-gna! Se organizzassero un referendum sull’ autonomia sarebbe un plebiscito».

Concordano tutti in piazza Giuditta Tavani Arquati, dove dal 24 dicembre al 6 gennaio è sempre acceso giorno e notte un gran falò a disposizione di chiunque voglia cucinare o scaldarsi. Concordano i coniugi Enerico (così, con la “e” al centro di Enrico) Scocchi e Rosamaria Giulitti, da quarant’ anni titolari del ristorante «La galleria» (indimenticabili le sontuose tagliatelle al ragù di agnello). Soprattutto lei, Rosamaria, la cuoca, è furiosa: «Andare con Trevi? Mai! Quelli ci stendono, e poi non capiscono niente, non sono abituati al turismo e usano ancora un dialetto antichissimo. Insomma, con Trevi non se ne parla».

Dieci passi più in là, ed ecco il bar «Risorgimento», autentico omaggio all’ eroina della piazza, moglie del filettinese Francesco Arquati, uccisa con lui e il loro figlio dodicenne Antonio alla Lungaretta, Roma, il 25 ottobre 1867 dagli zuavi pontifici. La gestione è da 22 anni nelle mani di una rara «coppia mista»: Gianfranco Pomponi (da Trevi) e Ada Rossi (da Filettino). Ma il vincolo matrimoniale, e il bar in piazza, ha trascinato anche lui su posizioni filettinesi: «No, non mi sembra una cosa giusta chiudere il Comune, funziona bene così». Assai più agguerrita lei, e chissà cosa accade tra le mura domestiche: «Finire “sotto a Trevi” non va bene, noi abbiamo anche un campo da sci, Campo Staffi è roba nostra, e loro, lì, cosa hanno? Niente».

È l’ ora dell’ aperitivo e capita Celestino Alunni, romano, dal 1978 titolare di una seconda casa a Filettino: «Aderisco subito al Principato, un’ idea geniale. Vuoi mettere quando dico: “Ho una piccola casa nel Principato di Filettino”. Elegante, no? Scherzi a parte, qui si sta benone, il Comune ci obbliga anche alla raccolta differenziata, tutto funziona abbastanza, ma perché in questa Italia dovrebbero buttare via qualcosa che gira per il verso giusto?».

Nel frattempo funziona benissimo la pubblicità. Da due giorni il Comune è assediato da curiosi ma anche da proprietari di seconde case, soprattutto romani, che cercano il sindaco e si dichiarano pronti a cambiare residenza per evitare che Filettino scompaia come Comune autonomo e finisca «sotto» Trevi. A furia di sentirlo dire nei bar, nei ristoranti, a Campo Staffi, anche i turisti hanno un moto di fastidio quando gli nomini i trebani. Intanto, a Palazzo Chigi parlano di accorpamenti. Chissà quante Filettino, e quante Trevi, litigano lungo lo Stivale del 150° anniversario dell’ Unità.

Corollario di qsta notizia: in Italia si può stampare moneta alternativa e qindi volendo sin da subito EdenEuro, la futura moneta della libera Repubblica dell’Isola di Eden 😉

P.S.: 28 Agosto 2011 Online a tempo di record il sito web del Principato di Filettino





Referendum indipendentista in Catalogna

13 04 2011

Domenica 10 Aprile 2011 si è tenuto una specie di referendum consultivo a Barcellona e in 20 comuni limitrofi in Catalogna nella penisola iberica e territorio dello stato di Spagna.
Qesta iniziativa nn era un vero referendum bensí un’azione dimostrativa dv è stato rivendicato solo il “diritto di poter decidere” (Dret de decidir) sull’indipendenza della Catalogna dalla Spagna, stato dv i referendum consultivi su qesti argomenti sn proibiti dalla costituzione e qindi nn legalmente riconosciuti.
Qesto di “Barcelona Decideix”, piattaforma ke raggruppa tutti i movimenti e le associazioni con intenti separatisti, è stato solo l’ultimo di altri 500 referendum organizzati in altri comuni catalani e si è dovuto presentare cm “consultazione” promossa da associazioni civike.

La consultazione è stata completamente autogestita, autofinanziata e realizzata senza alcun supporto istituzionale. Il comune di Barcellona nn ha concesso nessun locale pubblico e anke la Chiesa Cattolica nella persona dell’Arcivescovo ha vietato l’uso delle sale parrocchiali.

In un’intervista a Radio Catalunya, l’ex-Presidente del Partito nazionalista democristiano catalano (Convergència i Unió – CiU) ed ex-presidente del Parlamento Catalano (Generalitat de Catalunya) Jordi Pujol ha assicurato di aver votato “Si” all’autodeterminazione, dichiarando ke “nn restano argomenti validi x opporsi in qual si voglia modo all’indipendenza !”.
Hanno votato “sì” anke l’attuale presidente del Parlamento Catalano (Generalitat de Catalunya) Artur Mas cn tutti i suoi ministri, ke qi si chiamano Consellers, e tutti i leaders politici esclusi solo popolari e socialisti.

Paesi catalani (in cat. Països Catalans) è la denominazione usata xlo+ dai nazionalisti catalani e da alcuni settori del nazionalismo valenzano x indicare l’insieme di territori storici in cui si parla la lingua catalana.

All’interno dei confini spagnoli essi sono:

Al di fuori della Spagna includono

Il simbolo del desiderio di appartenenza dei Paesi catalani è la bandiera detta Estelada o “La Senyera”.

I Catalani, in generale, nn si considerano parte dello stato spagnolo ma solo sottomessi a partire dal Regno di Castiglia nel 1714. Purtoppo, da allora, hanno perso tutte le guerre e oggi lavorano democraticamente e pacificamente x ottenere la loro libertà e indipendenza dallo stato spagnolo.

Del resto provate a dare dello “spagnolo” a un abitante di Barcellona e qello potrebbe inveirvi contro.

Lo scenario ke emerge dai risultati del referendum consultivo basato sulla domanda:
“Volete ke la Catalogna diventi uno Stato indipendente, sociale e democratico, membro dell’Unione europea ?”
s’è pronunciato x il “Sì” il 90% dei votanti.
A dire il vero l’affluenza è stata molto bassa, pari al 21,3% dei cittadini iscritti sulle liste elettorali ufficiali, circa 260mila persone e, considerando ke le votazioni toccavano 20 comuni oltre al capoluogo catalano, il risultato complessivo di affluenza arriva al 18.14%.
Il risultato arriva 3 giorni prima del voto del parlamento regionale catalano riguardo un primo disegno di legge su una reale possibile scissione, cn conseguente proclamazione d’indipendenza.

Dopo le Fiandre, nelle quali è in atto una separazione democratica da Bruxelles (da + di 300 giorni i Fiamminghi si rifiutano di formare un governo assieme ai Valloni-francofoni!), è in arrivo anke la crescente voglia di autodeterminazione Catalana: nuove gatte da pelare x i mondialisti accentratori dell’Unione Europea, qelli ke vorrebbero cancellare le sovranità nazionali !





In Campania nn scherzano

14 01 2011

I fermenti dell’autodeterminazione sn sempre + estesi in Italia, dalla Padania della Lega al nord anke il sud vuole la sua libertà da Roma ladrona. Cm riportato dal Sole24ore di oggi ecco un aggiornamento delle situazione di cui avevo già scritto su qst blog:

«Mai!». Al Carroccio può non piacere, ma l’esempio più luminoso dell’orgoglio longobardo arriva dal profondo Sud. Siamo a Salerno, è il 774, e Arechi II risponde così alla richiesta di sottomissione ai Franchi dopo che Carlo Magno aveva sconfitto a Pavia Desiderio, suocero di Arechi, e aveva cancellato dalle cartine la Langobardia Maior.

Arechi non è stato dimenticato, e ora vogliono intitolare a lui la futura regione di Salerno, la resurrezione del principato appena chiesta da 60 comuni della provincia che si vogliono staccare dalla Campania. L’idea è nata nella mente di Edmondo Cirielli, il presidente della provincia di Salerno che ideò e poi “ripudiò” la legge per accorciare i tempi di prescrizione ed evitare il carcere a Cesare Previti nel processo Imi-Sir, e ha subito avuto successo: la Cassazione deciderà il 1° febbraio sulla richiesta depositata da 54 comuni della provincia (420mila abitanti, 70mila più del quorum), e nel frattempo altre sette amministrazioni hanno approvato la delibera con l’adesione al progetto. Se tutto va come deve, Cirielli conta di affrontare il referendum a giugno, per poi imbarcarsi nella modifica costituzionale in Parlamento.

Oltre a Longobardi e principati, alla base della proposta ci sono due ragioni che non si trovano nei libri di storia ma sui giornali: «Essere accomunati a Napoli e ai suoi disastri sui rifiuti è un danno d’immagine che non possiamo più sopportare», spiega Cirielli che, mentre il capoluogo di regione passa da emergenza a emergenza, vanta per la sua provincia una percentuale svizzera (60,2%, quarto posto in Italia) nella raccolta differenziata. Poi, come in ogni secessione che si rispetti, c’è un problema di soldi: nei calcoli di Cirielli l’autonomia da Napoli vale almeno 500 milioni all’anno, perché «la provincia versa due miliardi di addizionali Irpef e Irap e ne riceve meno del 75% in termini di spesa e servizi».

All’indipendentismo cilentano guardano molti occhi interessati. Se il referendum darà la giusta spinta, giurano i promotori, molti sono pronti a salire sul treno della nuova regione, da Avellino a Benevento, ma in zona è tutto un ribollire di creatività geografica. A maggio, quando le ipotesi di cancellazione delle mini-province stavano per condurre sul patibolo quella di Isernia, la coordinatrice beneventana del Pdl, Nunzia Di Girolamo, aveva rispolverato la vecchia idea del Molisannio, una regione che dovrebbe unire Benevento al Molise; insieme a Moldaunia (Molise + Daunia, a nord della Puglia), Sannio-Irpinia-Cilento, Grande Lucania, non c’è confine ballerino che non abbia il proprio bravo comitato promotore. A Salerno guarda poi ovviamente il Grande Salento, che il 1° febbraio dovrà passare insieme agli indipendentisti salernitani lo stesso esame alla Cassazione per far partire la macchina referendaria.

l referendum è il primo scoglio, perché per passare deve spingere al sì «la maggioranza degli elettori iscritti nelle liste elettorali dei comuni nei quali è stato indetto» (lo prevede la legge 352/1970). I problemi veri, però, vengono dopo. L’elenco delle regioni è scritto all’articolo 131 della Costituzione, e per cambiarlo serve una legge approvata quattro volte con i due terzi del Parlamento per essere messa al riparo da nuovi referendum conservativi.
Conoscono bene tutte le difficoltà i comuni che negli anni hanno accolto con plebisciti entusiasti l’idea di abbandonare Veneto o Piemonte per abbracciare le gioie dello Statuto speciale. San Michele al Tagliamento ha chiamato alle urne i propri cittadini nel 1991, ha ottenuto l’89% di voti per il passaggio al Friuli, è riuscito a far dichiarare incostituzionale la vecchia legge che imponeva il “sì” degli enti rappresentanti di almeno un terzo della popolazione delle regioni interessate. Nonostante tutte le vittorie, però, il comune rimane saldamente ancorato alla provincia di Venezia, come sono rimasti finora in Veneto Cortina e gli altri comuni dell’alto bellunese che hanno alle spalle una battaglia ventennale.

Con il via libera al referendum da parte di tutta la provincia di Belluno, ora la battaglia cambia di piano ma non si semplifica. «Invece di spingere per venire da noi – ha subito chiarito Luis Durnwalder, presidente della provincia di Bolzano e governatore di turno del Trentino Alto Adige – chiedano l’autonomia a Zaia e a Galan che, fino a prova contraria, sono molto vicini alla Lega e al Pdl, e quindi al governo».
Immediata la reazione dei bellunesi, che ieri hanno ricordato il «valore relativo» dei pareri (obbligatori ma non vincolanti) della regione di destinazione, ma l’eventuale convivenza non sarà facile. Con tutti i suoi vantaggi (i comuni trentini hanno entrate medie superiori dell’80-85% rispetto a quelli veneti, come ha ricordato ieri la Cgia di Mestre), lo Statuto speciale è un club d’élite, ed entrarci è complicato.

Più facile passare da una regione all’altra nei territori “normali”, come testimonia il fatto che la Valmarecchia offre finora l’unico trasloco (dalle Marche all’Emilia Romagna) arrivato a destinazione. Un buon viatico per l’inquieto comune di Spinazzola, che da Bari è passato alla nuova provincia Bat (Barletta, Andria e Trani) e nei giorni scorsi ha minacciato di salutare la Puglia per andare in Basilicata contro la decisione della giunta Vendola di chiudere l’ospedale locale.

E c’è ki suggerisce una via + classica ovvero fare un bel referendum di autodeterminazione sotto controllo dell’ Unione Europea e dell’ONU invece dei 4 passaggi parlamentari inventanti solo x affossare qalsiasi tentativo di autodeterminazione di un popolo, di una regione o di un gruppo di province.
Lo stato centrale nn può opporsi a questo tipo di referendum il cui esito deve essere impugnato solo alle Nazioni Unite. Qesta è la strada percorsa dal Montenegro, dal Kossovo e tra poki mesi percorsa da Scozia e Catalunya.





Il Principato di Salerno

20 09 2010

Si diffonde, in Cilento, l’idea di abbandonare la Campania, x aderire al “Principato di Salerno” di storica memoria.

Il Principato di Salerno ebbe origine nell’839 in seguito alla frammentazione del Principato di Benevento ovvero della parte del regno longobardo chiamato “Longobardia Minore” (Langobardia Minor). Nella prima metà del 1000 comprendeva qasi tutta l’Italia meridionale continentale. Su Wikipedia i dettagli.

Roccagloriosa dice sì al distacco della Provincia di Salerno dalla Regione Campania. Con una delibera consiliare votata all’unanimità, il piccolo Comune dell’entroterra cilentano ha infatti aderito alla proposta di creazione della nuova regione del ‘Principato di Salerno’, e il conseguente distacco dalla Campania. Roccagloriosa è il primo Comune a sud di Salerno ad aver aderito alla proposta, lanciata nei mesi scorsi dal presidente della provincia Edomondo Cirielli.

Spiega Gerardino Cavaliere, sindaco di Roccagloriosa: “Non vi è alcuna volontà secessionistica nella decisione presa dal Consiglio comunale la scelta nasce dalla consapevolezza che in questi anni una politica regionale tutta imperniata su Napoli ha innegabilmente danneggiato le altre province, non permettendo a queste ultime alcun tipo di crescita e di sviluppo. La recente decisione di tagliare del numero delle guardie mediche, a tal proposito, la dice lunga sull’attenzione che da Napoli riservano alla provincia di Salerno. Il taglio, che ferisce il diritto alla salute dei cittadini del salernitano, servirà a far risparmiare appena l’uno per cento della spesa sanitaria regionale: uno schiaffo inaccettabile”. Dopo la delibera, il prossimo passo del piccolo Comune cilentano, che secondo alcuni avrebbe dato i natali nientemeno che al ‘napoletanissimo’ Antonio De Curtis, in arte Totò, sarà l’indizione di un referendum popolare per decidere l’eventuale adesione al ‘Principato di Salerno’ e il distacco dalla Regione Campania.”

Dopo il comune di Roccagloriosa ora la proposta prende corpo a Camerota.

“I gruppi di opposizione hanno chiesto infatti una seduta di Consiglio comunale per discutere della costituzione della “nuova regione”, che dovrebbe risolvere così il problema campano del “napolicentrismo”, valorizzando il territorio dell’entroterra. L’iniziativa è partita dai consiglieri comunali di “Forza Camerota-Pdl” e di “Insieme cambierà”, che hanno infatti presentato richiesta di convocazione del Consiglio ad hoc.

”Tutti i consiglieri di opposizione – ha spiegato il capogruppo di “Forza Camerota-Pdl”, Ciro Troccoli – hanno deciso di sostenere la proposta di costituzione di una nuova realtà regionale. Concordiamo infatti con l’ idea del presidente della Provincia di Salerno Cirielli che solo attraverso un rafforzamento dell’autonomia territoriale si possano superare i guasti provocati dal ‘napolicentrismo’. Confidiamo che anche i consiglieri di maggioranza siano favorevoli”.

Fonti: Il Blitz Quotidiano e infoagropoli.it





Il Belgio cm la Repubblica Cecoslovacca ?

8 09 2010

Tratto da un articolo da IlSole24ore.com ecco un’altra situazione europea ke si va configurando nel tempo cm una probabile scissione del territorio belga in 2 nuove entità nazionali e 2 futuri nuovi stati europei. Sembra di rivivere la scissione della ex Repubblica Cecoslovacca ke diede inizio nel 1993 a 2 nuove repubblike, qella Ceca e qella Slovacca.

Indubbiamente la voglia di indipendenza e di autodeterminazione è sempre + forte almeno in Europa e qst è x noi Edeniani un indubbio segnale ke i popoli si sentone sempre + prigionieri in nazioni in cui nn si riconoscono e di cui nn vogliono + far parte. Motivo in + x proseguire la ns marcia di autocostruzione della ns patria ke ci renda finalmente liberi e fieri di esserlo.

A seguire l’articolo:

Le Fiandre hanno dichiarato la secessione, il Belgio è nel caos, il sovrano è espatriato. Quando, nell’ultimo scorcio del 2006, la tv pubblica di lingua francese RTBF diede queste notizie in un telegiornale, il Belgio visse una mezz’ora di shock, finché sullo schermo non comparve la scritta “Questa è una fiction”.

Si trattava infatti di un’iniziativa di sapore situazionista, sullo stile di Orson Welles, per testare in tono scherzoso le reazioni a un possibile sviluppo di un contenzioso serissimo, quello che ormai da lungo tempo contrappone la comunità vallona (di lingua francese) a quella fiamminga (di lingua olandese). Ma se soltanto quattro anni fa sembrava trattarsi di fantascienza applicata all’analisi di una complicata situazione politica, ora assomiglia sempre più a uno scenario davvero possibile.

Negli ultimi giorni, per la prima volta, anche autorevoli esponenti della comunità francofona, tradizionalmente ostilissima a ipotesi di secessione, hanno fatto dichiarazioni inedite. Il ministro in carica alla Sanità e agli Affari sociali, Laurette Onkelinx, accreditata come possibile futura leader della principale formazione politica vallone, il Partito socialista, ha confidato in un’intervista che, benché lei si auguri che il paese resti unito, non si possono ignorare le spinte indipendentiste di una porzione importante dei fiamminghi. E anche altri dirigenti politici francofoni hanno fatto coro con parole analoghe.

Dopo lo “scherzo” televisivo del 2006, rivelatosi profetico forse più di quanto pensassero i suoi stessi ideatori, allora travolti dall’indignazione delle autorità di lingua francese, la situazione si è gradualmente incancrenita. Dopo le elezioni del 2007 il Belgio ha dovuto attendere ben otto mesi per confezionare un governo, alchemicamente costruito con il contributo di sette diversi partiti (tre francofoni e quattro fiamminghi). Dopo tanta attesa il risultato si è dimostrato modesto se nel giugno di quest’anno il Paese è tornato anticipatamente alle urne dopo che l’esecutivo era uscito spappolato dall’ennesima discussione in cui alla querelle linguistica si intreccia una lite sugli stanziamenti economici per le tre parti che compongono il Belgio federale: Fiandre, Vallonia e la regione di Bruxelles.

Anche questa volta la formazione di un governo appare impossibile. Il leader del Partito socialista francofono, Elio Di Rupo, ha rimesso l’incarico di formare il governo e il re ha dovuto chiedere aiuto ai presidenti di Camera e Senato (uno francofono, l’altro fiammingo) per provare a riavviare le difficili trattative tra i sette partiti che potrebbero far parte dell’esecutivo. Se anche la figura del sovrano impallidisce a causa della sua incapacità di esercitare un’efficace moral suasion sulle principali forze politiche affinché si costruisca se non un governo solido, quantomeno un esecutivo capace di insediarsi in modo più lesto di quanto accaduto nel 2007, il Belgio patisce l’impasse politica anche sulla scena internazionale, visto che nella seconda parte del 2010 proprio Bruxelles detiene la presidenza a rotazione dell’Unione europea.

Il contenzioso si può sintetizzare in questa maniera: Rispetto alla Vallonia, le Fiandre sono più popolose, più ricche (e più produttrici di ricchezza) e hanno un tasso di disoccupazione più basso. E molti dei suoi abitanti sono stufi di portare sulle spalle il fardello di una Vallonia economicamente più debole e quindi destinataria di fondi provenienti dalla porzione di lingua olandese del Paese. Sebbene, secondo numerosi sondaggi, la maggioranza della popolazione, anche nelle Fiandre, sia contraria a una separazione del paese, gli elettori fiamminghi continuano a votare partiti che hanno un forte anelito a una graduale secessione. Al punto che in pochi anni questa sembra essere, anche per alcuni francofoni fieramente contrari alla divisione del paese, una prospettiva assai più probabile di quanto non sembrasse nel servizio-bufala trasmesso soltanto quattro anni fa dalla tv pubblica della Vallonia.

In ogni caso una divisione del paese non sarebbe affatto così semplice. Perché se è chiaro qual è il confine che separa le Fiandre dalla Vallonia (che, per complicare le cose, ha una zona al suo interno in cui si parla tedesco, terza lingua riconosciuta ufficialmente dalla legge belga) rimane il nodo della regione di Bruxelles. La capitale potrebbe diventare oggetto di una guerra santa, sul modello di Gerusalemme. Bruxelles è geograficamente immersa nelle Fiandre, ma è zona bilingue, con una prevalenza gradualmente sempre più forte del francese. Non bastasse, oltre ai molti immigrati che vivono in città e che parlano quindi arabo o cinese, la massiccia presenza di funzionari Ue ha reso l’inglese un idioma molto diffuso come lingua franca.

C’è chi prospetta soluzioni innovative per questo busillis. Ad esempio sottrarre la regione di Bruxelles a ogni spartizione, rendendola una città-Stato sul modello del District of Columbia statunitense in cui collocare la capitale dell’Unione europea. Si tratterebbe di un’entità amministrativa sconosciuta all’attuale assetto dell’Ue, che andrebbe faticosamente studiata. Ma anche in questo caso le polemiche non si fermerebbero, visto che popolose cittadine dell’hinterland di Bruxelles, attualmente appartenenti alle Fiandre, hanno porzioni molto rilevanti, quando non maggioritarie di cittadini francofoni. Ma i fiamminghi acconsentiranno ben difficilmente a proposte di ingrandimento della regione di Bruxelles ai danni (territoriali) delle Fiandre, così come i francofoni non accetterebbero di lasciare decine di migliaia di belgi che parlano la loro stessa lingua come sparuta minoranza nelle Fiandre indipendenti.

Nonostante la divisione del paese cominci a essere una prospettiva palpabile, molti credono che si tratti di una strada impercorribile. Ad esempio Le Monde ha ricordato che il trattato di Lisbona contempla la fuoriuscita di uno Stato dall’Ue ma non una scissione. E quindi – scrive il quotidiano francese – “i ‘due nuovi paesi’ belgi dovrebbero rimandare la loro adesione, negoziare i 35 capitoli molto complessi, ottenere l’avallo dei 26 Stati attualmente membri e ridiscutere il loro reingresso nella moneta unica”. Così, secondo alcuni analisti, l’accelerazione dei politici francofoni che, pur avversandola, cominciano a parlare liberamente di una possibile divisione del paese sarebbe soltanto un modo per mettere spalle al muro i fiamminghi, costretti ad adattare i proclami secessionisti alla complessità della loro realizzazione. E in effetti Bart de Wever, il leader del NVA, il principale partito delle Fiandre, uscito vincitore di stretta misura sui socialisti francofoni (27 seggi a 26) ha dichiarato che “drammatizzare la situazione non aiuta; i politici devono mostrare il loro senso di responsabilità”.





Indipendentismo

1 06 2010

E’ da un pò di tempo ke nn scrivo su qst blog in qanto preso dal progetto di un primo passo x rendere materialmente presente sulla rete la libera Repubblica dell’Isola di Eden, di cui vi darò seguito qanto prima, ma oggi colgo l’occasione x un aggiornamento presentando delle news freske di stampa.

In occasione delle elezioni provinciali e comunali del weekend di fine Maggio appena trascorso svoltesi in Sardegna (e in misura minore anke in Sicilia e Trentino Alto Adige), 2 ns conoscenze, il Movimento Indipendentista Sardo e il Partito Indipendentista Sardo Malu Entu, si sn presentati e hanno raccolto un discreto numero di voti, specie il primo:

iRS a Sassari con Sale Gavino – voti 11.195 pari al 6,49% dei votanti
iRS a Cagliari con Demuru Ornella – voti 5.782 pari al 2,72% dei votanti
iRS a Oristano con Madau Sebastian Raf – voti 5.009 pari al 5,85% dei votanti
iRS a Nuoro con Bussa Salvatore Noto Bobore – voti 3.940 pari al 4,44% dei votanti
iRS a Olbia-Tempio con Bellu Gianmaria – voti 1.676 pari al 2,33% dei votanti
iRS a Carbonia-Iglesias con Sedda Giovannino – voti 1.927 pari al 2,91% dei votanti
iRS a Medio Campidano con Littera Gabriele – voti 1.435 pari al 2,92% dei votanti
iRS a Ogliastra con Cantalupo Nicola – voti 1.080 pari al 3,27% dei votanti

mentre il Partito Indipendentista Sardo Malu Entu ke nn si è presentato in tutte le provincie:

PISME a Oristano con Meli Alessandra in Careddu – voti 709 pari al 0,82% dei votanti
PISME a Cagliari con Loi Pietro – voti 683 pari al 0,32% dei votanti
PISME a Sassari con Sanna Costantino – voti 627 pari al 0,36% dei votanti
PISME a Medio Campidano con Senis Mauro – voti 401 pari al 0,81% dei votanti

ha ottenuto risultati decisamente + contenuti e tutti inferiori all’1%.

In sostanza l’iRS triplica i suoi elettori dalle ultime elezioni del 2005 ed elegge 3 Consiglieri Provinciali a Nuoro, Sassari e Oristano. A questi si aggiungono il sindaco di Perfugas e tantissimi consiglieri comunali.

In Italia ci sn diversi movimenti indipendentisti, x lo + sconosciuti alla maggioranza degli italiani, ma cos’è l’indipendentismo ?
Wikipedia ci dice:
L’indipendentismo è il fenomeno politico caratterizzato dal rivendicare l’indipendenza di un territorio dalla sovranità di uno Stato. Spesso, con questo significato, si usa anche il termine separatismo o ‘secessionismo‘. Un fenomeno analogo da tenere distinto, in quanto meno radicale negli scopi e in genere fondato su considerazioni di diversa natura, è l’autonomismo che si prefigge come scopo l’ottenimento di maggiori poteri nell’amministrazione di una località che rimane comunque sottoposta alla sovranità dello Stato.
È da notare che i fenomeni di Indipendentismo spesso si basano sulla rivendicazione del principio di autodeterminazione dei popoli, così com’è riconosciuto nel Diritto Internazionale, e fondano la legittimità di simili rivendicazioni sulla storicità di una passata indipendenza del territorio medesimo e sulla tipicità culturale del popolo che lo abita; in sostanza essi rivendicano una diversa nazionalità dello Stato sovrano sul territorio rispetto al popolo che lo abita.

Qesti i movimenti indipendentisti presenti ad oggi in Italia sempre da Wikipedia:

In Italia:

Nella XV Legislatura è stato presentato il progetto di legge costituzionale 592/XV[1] per l’autodeterminazione del Land Südtirol/Provincia autonoma di Bolzano. Esso avrebbe permesso un referendum con cui gli abitanti del Land/Provincia potrebbero scegliere tra: continuare a far parte della Repubblica italiana; costituirsi in Stato indipendente, libero e sovrano, chiedere l’annessione da parte della Repubblica d’Austria o chiedere l’annessione da parte della Repubblica federale di Germania.
Tra il 1945 e il 1948 furono attivi in Sicilia il Movimento Indipendentista Siciliano e il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia Democratico-Repubblicano. Infatti venne addirittura costituito l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia che fu la parte armata del Movimento Indipendentista Siciliano dal 1944 al 1946, quando venne sciolto e la Sicilia divenne regione autonoma.
  • in Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (Union Valdôtaine)
  • in Veneto (Indipendenza Veneta fondato da Albert Gardin, Partito Nazionale Veneto fondato da Gianluca Busato, Venetie per l’Autogoverno fondato da Loris Palmerini, e più in generale ciò che rientra nel movimento del Venetismo)
  • in Insubria il movimento d’opinione Domà Nunch, di stampo econazionalista
  • in Lombardia (Fronte Indipendentista Lombardia fondato dal giornalista Max Ferrari)
  • in Friuli-Venezia Giulia (Fronte Friulano – Front Furlan)
  • in Lunezia (Comprendente province di 4 regioni italiane)

La Lega Nord (denominazione completa Lega Nord per l’Indipendenza della Padania), federazione di movimenti autonomisti del Centro-Nord, pur non mancando nella sua ideologia tratti indipendentisti soprattutto alle origini, è ora appartenente al fenomeno dell’autonomismo in quanto sostenitrice ormai da tempo del federalismo e non più della secessione.

L’indipendentismo è la forma classica x il riconoscimento di una nuova nazione e stato autonomo e indipendente ma a patto ke raggiunga la maggioranza della popolazione sul territorio oggetto di volontà di indipendenza e autodeterminazione.
La cosa ovviamente nn è delle + facili da ottenere.
Tutto diventa + facile se ci si costruisce un proprio territorio e lo si popola con il preciso scopo di creare una nuova nazione e qindi essere riconosciuti cm stato sovrano.
L’alternativa di colonizzare un territorio presistente sarebbe vista cm una prevaricazione ed un atto ostile da qalsiasi popolo già ivi residente. Inoltre, se si cercasse di colonizzare un territorio privo di popolazione, tale azione sarebbe eqiparata ad una invasione e pertanto sarebba una soluzione ancor peggiore da praticare.
Motivo x cui il ns obiettivo è qello di creare una patria Edeniana realizzando l’Isola di Eden.
Raggiunto tale traguardo il resto del percorso verso l’autodeterminazione sarà praticabile senza grandi ostacoli specie se nell’isola così realizzata daremo dimostrazione di capacità di illuminato governo e saggia gestione delle risorse.
Inoltre, cn qale coraggio nn si vorrà premiare un così grande e geniale sforzo, rendendoci Stato indipendente 😉








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